Nella lunghissima corsa verso il referendum di ottobre, ci accompagneranno i dubbi della minoranza dem, gli appelli di Bersani&co alla dirigenza del partito affinché abbassi i toni, non cerchi la rissa quotidiana, non confermi l’intenzione di voler trasformare il quesito da battaglia nel merito a plebiscito sul premier.

Sappiamo già che gli appelli però cadranno nel vuoto, come dimostra l’ultimo carico messo sulla vicenda da Matteo Orfini. Il presidente del partito, con estrema nonchalance, dicendosi impegnato nella campagna elettorale per le amministrative (e dicendo che Boschi e Renzi sbagliano a dire che se dovessero perdere lasceranno la politica), ha distrattamente detto all’Huffington Post che «se vince il No si vota». In barba alle prerogative del presidente della Repubblica, in barba alla possibilità che in parlamento, se Renzi dovesse lasciare, possano sempre crearsi nuovi governi – con questa o altre maggioranze – Orfini ha deciso: se il Pd di Renzi perde il referendum, si sciolgono le camere.

Che margini possa avere così la minoranza dem di farsi veramente tentare dal votare no (dopo che in Parlamento ha peraltro votato sì, salvo rarissime eccezioni), è abbastanza chiaro. Solo Walter Tocci e pochi altri, eletti comunque di seconda fila, potrebbero sfilarsi. Bersani sembra più difficile, anche se continua a censurare l’uscita sui partigiani, il continuo ricorso ai padri nobili, persino la strumentalizzazione del programma di Occhetto del 1994, che era in effetti monocameralista ma che come spiega bene Fabio Mussi, poi ministro, «era più equilibrato», meno maggioritario, con più potere al parlamento, e una legge elettorale simile a quella dei sindaci, che elegge il sindaco sì ma non distorce molto la rappresentanza in consiglio rispetto alle preferenze espresse nel primo turno. Dice così, Bersani, ma a palazzo Chigi scommettono che tutto rientrerà e che non servirà, in realtà, neanche fare la legge che dovrebbe normare l’elezione dei senatori, che al momento, nel vuoto, saranno nominati dai colleghi consiglieri regionali. Maria Teresa Meli, giornalista ben informata da palazzo Chigi, racconta di un Renzi tranquillo (di un Renzi, quindi, che vuole apparire tranquillo): «Ho chiesto una moratoria e Roberto Speranza si è candidato alla segreteria, Pier Luigi Bersani ha deciso di attaccarci ogni giorno e così via», gli fa dire, «Che possiamo farci? Sono gli ultimi colpi prima del referendum». Però, aggiunge il Renzi di Meli, «alla fine io credo che la minoranza opterà per il Sì, adesso è chiaro che devono tenere il punto, ma li voglio vedere a dire No, sarebbe come negare l’impostazione riformista del Pd. Dopodiché, chi insiste non verrà cacciato, perché io non ho mai cacciato nessuno. Ma sono convinto che il dissenso dentro il partito sarà molto circoscritto».

«Se cambiano le carte, io mi sento libero», ripete però Bersani, «stufo della demagogia con cui Renzi rischia di spaccare il campo democratico». Ma la demagogia è un tratto quasi caratteriale del premier. E sembra così più vera la dichiarazione di Roberto Speranza: «La sinistra non cerca scuse», dice l’ex capogruppo e probabile candidato al prossimo congresso dem, «non c’è nessuna escalation verso il no. Ma questo clima da scontro di civiltà non aiuta a decidere i tanti che hanno dubbi. Invece di intercettare gli indecisi, sembra che Renzi voglia spingerli verso il no». Gli indecisi, dunque. Non chi la riforma l’ha già votata in aula. Tutto questo, ovviamente, salvo graditissime sorprese.

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