Firenze, primavera 1993. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio un’autobomba esplose in via dei Georgofili, nei pressi della galleria degli Uffizi. L’esplosione provocò la morte di 5 persone: i 4 membri della famiglia Nencioni (Fabrizio Nencioni e Angela Fiume, di 39 e 36 anni, e le figlie Nadia e Caterina, 9 anni la prima e 2 mesi la seconda) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni). Inoltre 48 persone rimasero ferite, alcune in maniera grave, mentre la celebre Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, rimase gravemente danneggiata. L’ordigno provocò un cratere enorme, tre metri di diametro per due di profondità, a causa dell’alto potenziale esplosivo, 200 chili di tritolo e pentrite. La mattinata successiva con due telefonate anonime all’Ansa di Firenze e Cagliari la «Falange Armata» rivendicava la strage.

Per capire chi sia la «Falange armata» occorre fare un passo indietro. E volgere lo sguardo all’Italia dei primi anni novanta: nel gennaio del 92 si era concluso il maxi-processo di Palermo, iniziato nel 1986 e protrattosi per sei lunghi anni. Il processo era stato istruito dal pool antimafia di Antonio Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la prima volta trovò applicazione l’articolo «416 bis», il carcere duro per i reati di stampo mafioso, istituito nel 1982 dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, all’epoca prefetto di Palermo. Le condanne inflitte furono molto pesanti: 19 ergastoli, 2665 anni totali di reclusione e multe per 11 miliardi di lire. Furono condannati in contumacia anche Totò Rina e Bernardo Provenzano, che rimasero latitanti per molto tempo ancora.

Dopo i fatti di Palermo la «Commissione provinciale» di «Cosa Nostra» (l’organo direttivo dei più potenti boss mafiosi, tra cui vi erano Riina e Provenzano) decisero di dare inizio alla stagione stragista ( che durerà per tutto il biennio 92-93) e di rivendicare gli attentati con il nome di «Falange Armata». I fatti di Firenze sono da inserirsi all’interno di una strategia più ampia con la quale «Cosa Nostra» mirava a incutere timore nell’opinione pubblica, ricattare lo Stato e imporsi come suo interlocutore diretto, in particolare per farsi approvare alcune richieste (il famoso «papello» di Ciancimino) in cui si chiedeva, tra le altre cose, l’annullamento del 416 bis e la revisione della sentenza del Maxi – Processo.

Nel sanguinoso biennio 92-93 vi furono numerose stragi collegate a quella di Firenze: il 14 maggio del 1993 venne piazzata una bomba in via Ruggiero Fauro a Roma, per colpire il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, che ne uscì miracolosamente illeso. Il 27 luglio una bomba in via Palestro, a Milano, causò la morte di 5 persone. Il 27 e 28 luglio a Roma esplosero altre due bombe nelle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio Velabro, senza fare vittime, fortunatamente. Tutte queste stragi furono rivendicate dalla «Falange Armata».

A che punto sono le indagini. Il primo processo sulla strage, istituto grazie alle rivelazioni di alcuni ex-mafiosi pentiti, si concluse nel 1998 con la condanna di 14 persone all’ergastolo, gli esecutori materiali della strage (tra i quali Gaspare Spatuzza, Gioacchino Calabrò, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Pietro Carra, Antonino Mangano e Giuseppe Ferro). Il secondo terminò in appello nel 2001 con la condanna di Totò Riina e Giuseppe Graviano.
Francesco Tagliavia, un mafioso di Brancaccio, è stato condannato all’ergastolo prima nel 2011 e poi in un processo d’appello bis nel 2016. Nel 2013 è stato condannato all’ergastolo un pescatore accusato di aver fabbricato l’esplosivo usato nelle stragi, Cosimo D’amato. Gaspare Spatuzza, che collabora con la giustizia dal 2008, ha sostenuto che il boss Giuseppe Graviano avrebbe indicato nel 1994 Silvio Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri come suoi referenti politici.

Nel 1994 il magistrato responsabile delle indagini pier Luigi Vigna, deceduto nel 2012, ha sostenuto che la strage abbia avuto dei «mandanti a volto coperto». «Si riconosce in queste operazioni» – sosteneva Vigna – «una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi delle comunicazioni di massa, e anche una capacità di sondare gli ambienti politici e di interpretarne i segnali». E proprio in quegli anni avvennero simili stragi. Anni in cui in seguito al vuoto di potere creatosi con Tangentopoli la mafia era priva di interlocutori politici.

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