Se si votasse oggi in Spagna, secondo El Pais, Il Partito popolare di Rajoy otterrebbe il 29,9%. Al secondo posto l’alleanza tra Podemos e Isquierda Unida, con il 23,2% dei consensi. Al terzo il Psoe (20,2) e al quarto la destra riformata di Ciudadanos, 15,5%. Un assetto quadripolare che rende possibile sia un governo sostenuto da un’alleanza di sinistra, Podemos-Psoe, sia uno appoggiato dalle destre, Partito popolare-Ciudadanos.
In Francia, dove l’anno prossimo si voterà per il presidente, le forze politiche sono tre: il Front national di Marine Le Pen, i Repubblicani di Juppè e Sarkozy, i socialisti di Hollande e Valls. Se il Front national supererà, come pare certo, lo scoglio del primo turno, al secondo o la destra o la sinistra non saranno rappresentate. E ciò di per sé mette in crisi la quinta Repubblica, creazione gollista che dal ’58 ha consentito l’alternanza fra destra e sinistra.
Anche in Gran Bretagna, nonostante l’episodio delle elezioni politiche del 2015, il bipolarismo conservatori-laburisti sembra assai provato, insidiato non tanto dai liberaldemocratci quanto dalle liste regionali: lo Scottish national party ha ottenuto il 46,5% dei consensi in Scozia, Plaid Cymru il 20,5% nel Galles, togliendo ai laburisti la maggioranza assoluta della rappresentanza.
Dei tre lander tedeschi dove si è votato a marzo, il Baden-Württemberg ha dato la vittoria ai verdi, la Renania Palatinato ha confermato la presidente Spd nonostante la crisi del partito, in Sassonia-Anhalt la leadership della Merkel è minacciata da Alternativa per la Germania, partito di estrema destra che ha totalizzato il 24,2% dei consensi.
La prima considerazione è che in Europa il bipolarismo destra-sinistra – o come diremmo noi centrodestra-centrosinistra – è ormai un ricordo del passato. Di conseguenza non funzionano più le leggi maggioritarie, a un turno come in Gran Bretagna o a due come in Francia. Anzi, la crisi politica appare meno grave e più gestibile dove il sistema maggioritario è più temperato come in Spagna e in Germania.
La seconda considerazione riguarda le ragioni di questa crisi, della destra come della sinistra. Il ceto medio, l’enorme corpaccione che ha sostenuto le nostre democrazie lungo gli ultimi 70 anni, vive una condizione di ansia, di incertezza del futuro, di provvisorietà esistenziale. Non sa più dove investire – chiedetelo ai risparmiatori tedeschi imbufaliti per il quantitative easing di Draghi -, si sente minacciato da poveri e migranti, diffida delle politica, che considera corriva, con un capitalismo senza volto che sposta in un attimo miliardi di dollari cambiando la vita di centinaia di milioni di donne e di uomini. Da ciò, il riproporsi dei nazionalismi, la richiesta di alzare muri, ma anche la contestazione dal basso verso l’alto, l’antipolitica, come gli apparati usano chiamarla.
Questione economica e questione democratica sono strutturalmente connesse. E la scomparsa di una sinistra che appaia in grado di contestare alla radice le disuguaglianze sociali, di rifiutare che siano i popoli e non la ricchezza accumulata a pagare gli enormi debiti, finisce con il favorire l’affermarsi di una destra anti sistema con umori e slogan simil fascisti. Sanders può fermare Trump, Podemos ha indotto la nascita di Ciudadanos, movimento liberista ma non fascista.
Al contrario, insistere su leggi iper-maggioritarie, accusare la Costituzione di colpe non sue, illudersi che il doppio turno e il premio al premier ci consegnino un governo di “chi vuol bene all’Italia” è pura follia, un’arma di distrazione di massa, è fare da apprendista stregone a un futuro Trump italiano.

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