Una società vecchia, che tiene i propri giovani in uno stato di minorità per quanto riguarda l’accesso al lavoro e ad un minimo di sicurezza economica, favorendo quindi il ritardo in tutte le tappe di entrata piena nello status di adulto. Eppure, sono proprio le imprese, spesso piccole, guidate da giovani quelle che stanno maggiormente creando nuova occupazione, quindi contribuendo alla ripresa, perché più innovative e competitive. Una società con ancora forti disuguaglianze di genere, nella sfera privata-famigliare (in primis nella divisione del lavoro non pagato) e nel mercato del lavoro, nonostante le giovani donne siano ormai istruite come e più degli uomini e entrino massicciamente nel mercato del lavoro, salvo doverne uscire, o comunque disinvestire, se hanno un figlio. Perché conciliare maternità e occupazione è ancora e forse sempre più difficile in una società del lavoro flessibile e senza servizi adeguati. È difficile, se non impossibile, soprattutto per le madri giovani a bassa qualifica, che non a caso sono concentrate tra i Neet, esponendo sé e i propri figli al rischio di povertà.

Nonostante tutti i cambiamenti nei modi di fare famiglia, i nonni rimangono una risorsa essenziale per una giovane madre che voglia stare nel mercato del lavoro. Una società non solo fortemente disuguale, e con un forte presenza di povertà minorile, ma in cui è forte la riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza, in particolare quella mediata dall’istruzione: chi, a 14 anni, aveva almeno un genitore laureato non solo è molto più probabile che si laurei a sua volta di un coetaneo che lo aveva solo diplomato o con la scuola dell’obbligo, ma avrà, anche per questo, un reddito del 29% superiore. Senza contare che il livello di istruzione conta anche per la durata della vita, specie tra i maschi. I laureati hanno il 13% in più di sopravvivere fino a 80 anni di chi ha la sola licenza elementare, perché hanno avuto stili di vita migliori e occupazioni meno pesanti e/o pericolose. Tra le donne la differenza è meno della metà, perché tra le ottantenni di oggi solo una minoranza è stata occupata (e le laureate sono state ancora meno). È probabile che anche tra loro il divario aumenterà nelle generazioni successive, dato il grande cambiamento che ha interessato la vita delle donne dal dopoguerra ad oggi. Una società, infine, in cui le disuguaglianze sociali e di genere si sovrappongono, accentuandosi, a quelle territoriali, senza che vi sia stata una vera soluzione di continuità dal dopoguerra adoggi ed anzi con un inasprimento a seguito della crisi.

È questa l’immagine, per altro non inaspettata, che emerge dal Rapporto annuale dell’Istat. Esso mette anche l’accento non solo sulla nota inefficienza redistributiva della spesa sociale, pur aumentata nonostante le riforme e i tagli, ma sulla mancanza, o inefficacia, delle politiche pre-distributive, ovvero di quelle che dovrebbero contrastare le disuguaglianze all’origine, non solo ex post: le politiche dell’istruzione, innanzitutto, a partire dai nidi. Questi, infatti, non sono solo uno strumento di conciliazione per i genitori, in particolare le madri, occupati. Sono, vanno pensati come, strumenti di pari opportunità per i bambini. Lo stesso vale per le scuole materne, il tempo pieno nella scuola dell’obbligo, il sostegno alle attività sportive non solo di tipo agonistico e alla partecipazione culturale dei bambini e ragazzi. È sorprendente che solo ora, dopo anni di denuncia della durezza della riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza, dello scandalo della povertà minorile, del poco nobile primato che l’Italia ha nella percentuale di Neet, si sia avviata, per meritoria iniziativa e pressione di Save the Children, una sperimentazione nel campo del contrasto alle povertà educative. Come se si ignorasse l’importanza del capitale culturale e sociale nel dare forma alle disuguaglianze e alla loro riproduzione. Meglio tardi che mai, anche se è solo una piccola goccia.

Questo articolo è sul numero 22 di Left in edicola dal 28 maggio

 

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