Che il ministro Carlo Calenda, fresco di nomina, fosse un sostenitore del Ttip non è cosa che non si sapesse. Anzi. Non stupisce quindi che negli ultimi giorni, prima sull’Espresso e poi sul Corriere abbia difeso il trattato: «L’Italia», dice, «è uno dei Paesi che beneficerebbe in misura maggiore dell’accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti». Per il ministro contano le ragioni delle multinazionali e del mercato, più che le questioni di sicurezza alimentare o di concorrenza a ribasso, soprattutto sui prezzi e quindi sui salari, sollevate dai critici: «Il trattato», continua, «ha l’obiettivo di ridurre i dazi e le barriere non tariffarie che gravano sulle esportazioni sia americane sia europee. È facile immaginare cosa significhi per un’economia come quella italiana che poggia, per esempio, sull’export agroalimentare e tessile. L’accordo eliminerebbe quei picchi tariffari e non tariffari che arrivano a pesare fino al 40% sul costo di un bene».

Non si cura neanche delle polemiche sulla scarsa trasparenza delle trattative, come dimostrato dalla fuga di notizie avuta grazie a Greenpeace qualche settimana fa. Né gli interessa replicare a chi dice che la tardiva informazione immaginata per i nostri parlamentari, almeno, oltre che tardiva, appunto, sia quasi offensiva, oltraggiosa con gli eletti del popolo che potranno leggere le carte solo in inglese, solo per un’ora a testa, senza poter fotocopiare, fotografare né trascrive alcuna parola. Potranno solo ricordare e prendere schematici appunti su informazioni che comunque non potranno divulgare per un patto di riservatezza: «Se le trattative falliranno», dice l’incurante Calenda, «perderemo un’occasione di crescita straordinaria, ma soprattutto la possibilità di definire regole e standard avanzati e globali da fare valere verso quei Paesi che non accettano regole uguali per tutti gli attori della globalizzazione. Inoltre significa accumulare da parte europea un ritardo».

La difesa del Ttip arriva così insieme all’annunciato decreto sulla competitività che i tecnici di palazzo Chigi stanno limando in queste ore. È chiara l’impostazione che potremmo definire americana, anche qui. È un segno del governo, dunque. Il provvedimento dovrebbe uscire dal Consiglio dei ministri di domani, presieduto da Matteo Renzi, insieme alle già pronte norme per limitare gli abusi nell’utilizzo dei voucher (gli abusi, non la diffusione – si noti bene). Tra le misure della competitività ci sarebbe una detassazione sul risparmio privato spostato dai conti e dai materassi verso piani di investimento a medio-lungo periodo in imprese con un fatturato fino a 300 milioni. Il governo insomma, come titola giustamente il Secolo XIX, vuole così spingere le famiglie in Borsa.

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