Erano più di tremila ieri – 30 maggio – i manifestanti scesi in piazza per protestare contro la nomina a ministro della Difesa israeliano del “falco” ultranazionalista Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beitenu (Israele è casa nostra). Nonostante i malumori nella compagine di governo, Benjamin Netanyahu ha spostato ancora più a destra la maggioranza che lo sostiene cedendo addirittura la carica più importante del Paese dopo la sua. Lieberman prende il posto di Moshe Yaalon, l’ex capo di Stato maggiore che si è dimesso proprio a seguito della decisione del premier di aprire all’ultradestra, parlando di «soggetti estremisti e pericolosi» che hanno preso il sopravvento sul Likud.

Nei giorni scorsi aveva lasciato il suo incarico anche il ministro dell’Ambiente Avi Gabai, della destra sociale, che si è detto preoccupato per la sicurezza nazionale e per il rischio che questo cambio al governo contribuisca ad accentuare le differenze tra le classi sociali. «Anziché presentare un governo più moderato in vista delle battaglie diplomatiche del prossimo autunno, Natanyahu dà vita al governo più estremista della storia d’Israele» ha scritto Nahum Barnea in un commento su Yediot Aharonot. Anche la stampa internazionale commenta con preoccupazione la deriva di Israele, «Stato binazionale controllato de facto da estremisti ebrei» (New York Times), criticando la scelta di defenestrare un ministro della Difesa che riscuote consensi sia tra i civili sia tra i militari, dalle cui fila proviene.

Eppure il suo successore, il “moldavo” Lieberman, non gode di altrettanti consensi, almeno non tra le fila dei moderati del Likud. Il suo massimo grado di vicinanza a una battaglia è quando ha schivato una pallina da tennis, ha ironizzato Haaretz, definendolo «un piccolo chiacchierone». “He is back” titola invece l’Economist, sottolineando come l’ex ministro degli Esteri sia tornato al governo più potente che mai. Ha prevalso l’esigenza del premier di ampliare la sua risicata maggioranza (61 seggi su 120) con i 5 membri della Knesset provenienti dalla formazione ultranazionalista e poco importa se proprio Lieberman, in uno dei tanti scontri con Bibi, lo abbia definito «un bugiardo e un truffatore».

Ma la merce di scambio pretesa da Lieberman non è soltanto il posto di governo: intanto all’elettorato di Yisrael Beitenu, pensionati a basso reddito immigrati dall’ex Urss, andranno circa 350 milioni di euro, poi proseguirà il sostegno alle scuole ultra-ortodosse che non insegnano materie “secolari” di base come l’inglese e la matematica.
Ora i destini militari del Paese sono nelle mani dello stesso uomo che in passato ha minacciato l’Egitto annunciando di voler bombardare la diga di Assuan e che ha chiesto di decapitare gli arabi israeliani definendoli traditori.

Il leader nazionalista ha anche elogiato un militare israeliano che ha colpito a morte il suo aggressore palestinese ferito e a terra in attesa di cure mediche. Ma l’annuncio che ora desta preoccupazione è un altro: Lieberman aveva assicurato che appena nominato ministro della Difesa, se Hamas non avesse restituito immediatamente i corpi di due soldati israeliani uccisi nel 2014, avrebbe ordinato l’uccisione del suo leader Ismail Haniyeh entro 48 ore. Comunque vada, per Israele è cominciato un nuovo conto alla rovescia.

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