Davvero non avete almeno un amico che vi abbia rimproverato per essere stati troppo duri con la povera Maria Elena Boschi e la sua sortita sui  partigiani “veri” e su quelli che, di conseguenza, veri non sarebbero? Lei si riferiva – vi avrebbe detto quell’amico – ai tanti giovani, nati molto, molto tempo dopo la Liberazione e che oggi riempiono le fila dell’Anpi, accanto ai vecchi combattenti, ormai tutti oltre gli 80.

E se anche così fosse, se quelle fossero state le intenzioni della ministra, non di offendere Lidia Menapace ma di dire “voi ragazzi allora non c’eravate”? Credo – e mi dispiace – che Maria Elena Boschi abbia mostrato la stessa arroganza superficiale che caratterizza il suo mentore, Matteo Renzi, quando straparla e dice che addirittura da 70 anni si vorrebbe cambiare una costituzione che ha ancora meno di 70 anni.

Né l’uno né l’altra intendono che la Resistenza, come la Costituzione, o è una cosa viva o non è. Subito dopo la sua promulgazione nel 1948 – è vero – lo spirito della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, unitaria, nazionale e antifascista, fu in parte tradito. Col governo De Gasperi che scelse il suo campo nella Guerra fredda. Con la scomunica papale dei sindacalisti comunisti che riempì di voti la Democrazia cristiana. Con una ricostruzione che non fondò la Repubblica sul Lavoro, ma sui vecchi monopoli – Agnelli, Pirelli – che avevano fatto le loro prove sotto il fascismo e le guerre coloniali.

Ma fino a un certo punto. Perché la Resistenza continuò a vivere nei cortei, tra i lavoratori della Fiat relegati nelle officine Stella Rossa, tra i braccianti che non si levavano il cappello come gli aveva insegnato Di Vittorio. E – bisogna ammettere – il potere di allora, democristiano e atlantico, seppe far tesoro di questa Resistenza viva, per darsi dei limiti, per restare comunque nell’alveo della Costituzione.

Negli anni 60, i primi segni della crisi del regime – o se volete dell’anomalia italiana – la nascita di un centrosinistra partorito e poi allattato mentre si faceva udire “rumor di sciabole” golpiste. Ecco che la Resistenza saragattiana tracima nella retorica, e ne spunta un’altra che non indossa il fazzoletto tricolore ma quello “che è soltanto rosso”. Tempi difficili, nei quali però la Resistenza seppe vivere e affrontare sfide nuove. Seppe gridare nelle piazze che Valpreda era un capro espiatorio, che i fascisti e i servizi segreti, non gli anarchici di Pinelli, facevano esplodere bombe e provocavano stragi. E dall’altra parte Moro seppe intendere, nel nome della Resistenza e della Costituzione, preparando nuovi equilibri.

La Resistenza perfetta – leggete il bel libro di Giovanni De Luna – visse nella battaglia per le regioni, contro le gabbie salariali e per l’uguaglianza del Nord e del Sud, per lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Ma anche per il divorzio e per l’interruzione di gravidanza, affermando l’idea di uno Stato, laico e democratico, che non tollera ingerenze di un altro, confessionale.

Sono giusto ricordi, memoria ingannatrice?  Davvero l’esito odierno della crisi italiana non ha più bisogno di giovani resistenti? Io non credo. Penso che nessun Paese possa costruire il futuro se chi l’ha costruito non passa il testimone ai figli dei figli. La rottamazione mi pare una rozza interruzione di questa catena. E invece a me par bello che fra le partigiane e i partigiani, membri a pieno titolo dell’Anpi, ci siano ragazzi di 30 e 20 anni. Mi sembrano autentici partigiani. Come i ragazzi che applaudivano l’altro giorno in 15mila Sanders a Sacramento mi sembrano i soli eredi possibili della nuova frontiera. Per questo la Boschi ha sbagliato. Rifiutando quei giovani ha mostrato di non capire la Resistenza né lo spirito della Costituzione che pretende di cambiare.

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