Lo sapevano tutti da settimane, forse mesi, oggi è successo: secondo il computo dei delegati alla convention di Philadelphia fatto da Associated Press, Hillary Clinton è la candidata presidente dei democratici. L’idea di tutti era che l’ex senatore di New York avrebbe raggiunto il numero fatidico nelle prossime ore, dopo il voto in California e New Jersey, ma la dichiarazione di voto di un nuovo drappello di superdelegati – gli eletti del partito, delegati di diritto alle convention – hanno reso il voto nei due Stati meno stringente.
La reazione della campagna Clinton è affidata a questo tweet: “Siamo lusingati, ma vediamo di vincere dove si vota oggi”.

Certo, se Bernie Sanders dovesse vincere in California, dove i sondaggi lo danno indietro di due-tre punti, potrebbe di nuovo sostenere che il vento è dalal sua parte ed è lui che a più possibilità di battere Trump, ma la matematica direbbe comunque Hillary. La assegnazione dei delegati alla convention è infatti proporzionale e Clinton al momento ne conta 1812 eletti contro i 1521 di Sanders, se in California e negli altri Stati la posta di più di 800 delegati si dividesse a metà, l’ex first lady ne conterebbe 2200 e il senatore del Vermont 1900. Nessuno dei due avrebbe ottenuto la nomination ufficialmente solo con i voti degli elettori, ma Hillary sarebbe comunque avanti. Hillary deve quindi sperare di vincere nella maggioranza degli Stati e soprattutto in California, Bernie spera anche lui di spuntarla e sta facendo una campagna intensissima nello Stato più popoloso del Paese. Questo il messaggio affidato al suo account: andate e votate, se volete un cambiamento vero. A oggi Hillary ha vinto la maggioranza degli Stati dove vivono grandi minoranze afroamericane e ispaniche e anche stavolta la campagna è molto mirata a quei gruppi: i tweet e il materiale di propaganda, in California è anche tutto in spagnolo.

È tutto sommato un momento storico: per la prima volta gli americani si troveranno a decidere se eleggere una donna presidente. Nella notte vedremo se Bernie ha ancora la capacità di vincere dopo l’annuncio di Associated press. Dalla sua ha l’argomento che Clinton vince grazie ai superdelegati, l’establishment del partito. Contro ha la matematica – e il fatto che Hillary ha comunque preso tre milioni di voti in più di lui fino a oggi. Difficile prevedere se e quando Sanders deciderà di concedere la vittoria a Hillary. In fondo l’ex first lady sconfitta da Obama nel 2008 lo fece qualche giorno dopo la California, anche se da settimane era evidente che a raccogliere più voti era stato Obama. E anche a quella convention nessuno dei candidati aveva la maggioranza assoluta. Le prossime settimane saranno all’insegna di due cose: le trattative tra la campagna Sanders e quella Clinton sullo spazio ai temi proposti dal senatore del Vermont alla convention e l’inizio di una escalation di attacchi di Trump contro l’ex first lady. Nelle prossime settimane scenderà in campo anche il presidente Obama, che non vede l’ora, dicono dallo staff, di tornare a fare comizi contro Trump. Il candidato repubblicano nei mesi scorsi ha scherzato sull'”africano americano” e ha detto più volte che forse Obama non è nato in America, sposando la teoria del complotto per cui non potrebbe essere presidente. Obama se l’è legata al dito e vuole dare una mano a sconfiggerlo. Anche perché è convinto che senza un nuovo presidente democratico, molto dle lavoro da lui fatto, a cominciare dalla riforma sanitaria, sarebbe a rischio. La corsa che ci dirà chi a novembre diventerà il presidente eletto più potente del mondo comincia domani.

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