Arriva al cinema in Italia  Istanbul e il Museo dell’Innocenza di Pamuk. Quando l’immaginazione diventa realtà, il film di Grant Gee dedicato al Museo dell’Innocenza fondato dal premio Nobel Orhan Pamuk nella sua città Istanbul. In un momento drammatico per questa straordinaria città cosmopolita, che per millenni ha ospitato cittadini e viaggiatori da ogni parte del mondo. E ora di nuovo colpita al cuore dal terrorismo.  Che uccide civili per le strade e allontana i turisti da questa metropoli che fa da straordinaro ponte fra Oriente e Occidente.

Proprio di turismo vive il museo concepito dal grande romanziere turco, aitore di Il mio nome è rosso.  Che oggi non ha più bisogno degli investimenti del suo fondatore ed è arrivato ad auto sostenersi, grazie ai biglietti venduti. Un fatto che sembrava impensabile quando Pamuk concepì l’idea di questo museo (nato dal suo omonimo romanzo pubblicato in Italia da Einaudi) che racconta una Istanbul che non c’è più  o forse non è mai esistita se non nell’immaginazione dello lo scrittore.

Il merito maggiore del film di Gee presentato in anteprima all’ultimo festival del cinema di Venezia e nelle sale italiane il 7 e l’8 giugno distribuito da Nexo Digital è riuscire a combinare il racconto dell’attualità – la stretta autoritaria che la città sta vivendo, la crescita continua e smisurata della città, la cementificazione e la perdita della memoria – con l’aspetto poetico, letterario, del museo, l’atmosfera affascinante, fuori dal tempo eppura viva, che si repira nelle sue sale ovattate, che accolgono lo spettatore come una casa di amici.

coverlg_homeIl museo dell’Innocenza sorge  nel cuore antico di Istanbul. Dopo  la caduta di Costantinopoli (la presa di Costantinopoli dal punto di vista ottomano) nel 1453 questa era la parte della città abitata da minoranze non musulmane a cui il governo guardava con sospetto, ma anche la zona «delle migliori bettole dell’epoca ottomana» come scrive lo stesso Orhan Pamuk. Parliamo del quartiere di çukurcuma.

Qui, prima dei progrom ordinati dal governo turco (l’ultimo avvenne ne 1955), greci, armeni ed ebrei gestivano panetterie, negozi di rigattieri, drogherie, botteghe artigiane e altri piccoli commerci.

Di quell’epoca sopravvivono ancora alcune belle palazzine, fra scheletri di più antiche abitazioni ottomane in legno, andate a fuoco. Oggi svettano cieche e abbandonate fra gallerie d’arte, negozi vintage e nuovi bistrot frequentati da studenti e scrittori. L’università intitolata a Sinan, il grande architetto del Rinascimento ottomano, non è lontana. Certi angoli ricordano i poetici scatti in bianco e nero del fotografo turco Ara Güler, il cantore di Istanbul in fotografie di struggente bellezza.

Più dei confinanti quartieri di cihangir e beyoglu, çukurcuma, del resto, è il quartiere dei contrasti, della modernità più trendy e cosmopolita che vive accanto ai resti del passato, evocando i fantasmi di uno splendore ottomano irrimediabilmente perduto.

Insieme le due anime della città – moderna e antica, occidentale ed asiatica – contribuiscono a creare quella atmosfera che rende speciale Istanbul. Un sentimento poetico «per molti versi simile a quello che gli artisti occidentali hanno sempre chiamato malinconia», nota Pamuk e il film ricrea nelle immagini, «che qui si chiama hüzün ed è una forma di tristezza, non individuale e privata, ma collettiva e condivisa. Per uno splendore passato che è svanito e che ha lasciato un vuoto incolmabile».

Con152250Segretamente questa vaga malinconia appare come il genius loci, la malta invisibile che tiene insieme questa immensa città di 11 milioni di abitanti, che si stende lungo le due ali del Corno d’oro.

L’hüzün pervade la letteratura e la musica turca, ma è anche un modo di affrontare la vita. E mentre riflettiamo su come le strade di çukurcuma paiano addirittura plasmate da questo sentimento, d’un tratto,  mimetizzato tra altre palazzine, appare il Museo dell’Innocenza. Così successe quando alcuni anni fa ci andai di persona, con  amici particolarmente cari.

Il colore rosso amaranto e l’insegna dal gusto retrò lo segnalano al passante come un museo piuttosto insolito, all’interno di una affascinate casa torre a più piani. Il portone era chiuso, nessuno all’ingresso. Ma poi dal seminterrato spuntò il sorriso dell’addetto alla biglietteria e un gigante in divisa ci fece entrare raccomandandosi di non fare rumore: l’effetto, straniante,  fu quello di entrare in casa di qualcuno mentre lui non c’è.

Davanti agli occhi di noi allora e degli spettaori del film c’è una scala a chiocciola, e una lunga teoria di bacheche piene zeppe di cimeli, di oggetti, di ricordi, di ritagli di giornale, di giochi, di reclame. Un pullulare di «buone cose di pessimo gusto» avrebbe forse detto Guido Gozzano. Che a guardare meglio si rivelano essere i tristi souvenir di un amore a cui il giovane Kemal, per ossequio alle regole di una alta borghesia turca, occidentalizzata e fortemente classista, ha voluto-dovuto rinunciare. Lei, bellissima, si chiamava Füsun e faceva la commessa. Lui era il rampollo di una famiglia bene nella Istanbul degli anni Settanta, già destinato a una fanciulla del suo rango.

Ecco_of_Memories_1Kemal e Füsun sono i protagonisti del romanzo Il Museo dell’innocenza (Einaudi, 2009) che Pamuk ha scritto e pubblicato nel 2008 prima di realizzare questo museo: uno dei più insoliti e bizzarri fra quanti possa capitare di vedere.  Come mostra il regista Grant Gee, sbirciando attraverso i vetri delle teche d’antan ai lettori più attenti di Pamuk, nel frattempo non sarà certo sfuggito l’orecchino che Füsun perse quella volta facendo l’amore con Kemal e i tanti mozziconi, con le tracce del rossetto della ragazza, che punteggiano quella passione che a Kemal è fuggita fra le dita. Il romanzo di Pamuk danza intorno alle memorie di questo amore. Precipitate fisicamente in oggetti. Che Pamuk ha recuperato dai robivecchi, nei bric a brac, in casa di amici e parenti oppure si è fatto costruire ad hoc dagli artigiani del quartiere.

«Vedi, in questi silenzi in cui le cose s’abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto», recitano i versi di Eugenio Montale che Pamuk a scelto come esergo de L’innocenza degli oggetti, il libro catalogo del museo uscito in Italia per Einaudi e che racconta la lunga gestazione di questa esposizione di oggetti reali di una storia immaginata, ma che «non vuole essere in nessun modo un’illustrazione  grafica del romanzo».

Strade-of-Memory-26-©G.Gee_Semmai un proseguimento del romanzo su un altro piano creativo, stabilendo nessi inediti fra letteratura e arti visivi, ma anche sollecitando il pubblico ad interrogarsi sulle tragiche amnesie che attraversano la storia turca. L’apertura del Museo dell’innocenza era già annunciata per il 2009, l’anno di Istanbul città europea della cultura. Ma fu Pamuk stesso a voler rimandare l’inaugurazione per non portare acqua a quel governo turco, che nel 2005 lo aveva incriminato per insulto all’identità nazionale a seguito di alcune dichiarazioni che lo scrittore aveva fatto ad una rivista svizzera sul massacro da parte dei turchi di un milione di armeni e 30mila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale.

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