Basta scorrere l’elenco dei nomi della nuova giunta della città di Salerno per rendersi conto che c’è qualcosa che non torna: il neosindaco Vincenzo Napoli ha ritenuto opportuno continuare l’opera di Vincenzo De Luca (ex sindaco e oggi presidente della Regione Campania) infarcendosi di tutti i vicini dell’ex governatore. «Continuità politica» potrebbe dire qualcuno ma ciò che non torna (come anche nella classe dirigente nazionale) è che non si tratti tanto di una “squadra” di collaboratori politici che viene promossa ma banalmente di vicini.

Vicini, sì, come può essere vicino Angelo Caramanno, oggi assessore allo sport della città campana e qualche mese fa avvocato difensore dello stesso De Luca in merito all’incompatibilità del suo ruolo di viceministro nel governo Letta. “Ci siamo ispirati ai criteri della competenza e della professionalità per la creazione di una squadra che realizzerà tutti gli impegni presi con i cittadini, in continuità con il progetto di città che stiamo portando avanti” ha detto il neosindaco.

Benissimo. Allora qualcuno ci spieghi (in termini convincenti) se davvero a Salerno la delega al Bilancio e allo Sviluppo (un assessorato pesante) sia normale che venga affidata a Roberto De Luca, commercialista trentaduenne, figlio di cotanto Vincenzo. Davvero l’uomo che ha tenuto “in mano” la città ha avuto la sfortuna (o la fortuna) di riconoscere solo nel proprio figlio le capacità politiche per ricoprire quel delicato ruolo e raccogliere l’eredità politica? Davvero ancora siamo convinti che un ruolo politico che passi da padre in figlio sia indicativo di un buon stato di salute della democrazia?

Ma soprattutto: ma davvero la meritocrazia così tanto decantata da Renzi e i suoi in questi ultimi anni può ridursi a questo? Ecco, qualcuno ci dica, per favore che ci stiamo sbagliando.

Buon venerdì.

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