«Una parte della società continua a volere la donna sottomessa, ma non potranno strapparci le nostre conquiste. Le istituzioni devono essere accanto a chi reagisce». Parla la presidente della Camera

Presidente, una donna non ama più e l’uomo, che diceva di amarla, la ammazza in modo atroce. Come è possibile in un Paese dove da anni si parla di diritti uguali per tutti, di parità di genere, e talvolta si censura persino uno sguardo audace perché può offendere?
Perché è una condizione antica, legata a secoli di sottomissione della donna, e dunque difficile da estirpare. Non dimentichiamo che in questo Paese, ancora fino al 1981, il codice contemplava il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Noi donne italiane partivamo da molto lontano. Il fascismo ci aveva messo all’angolo, estromettendoci da ogni forma di vita sociale e politica. Fino al 1946 la donna non poteva entrare in un seggio elettorale, era considerata di fatto un essere inferiore. Il percorso della nostra emancipazione è iniziato 70 anni fa, con il suffragio universale. Abbiamo ingaggiato e vinto battaglie importanti, ma non ancora risolutive. Abbiamo conquistato strumenti giuridici e penali utili a debellare il fenomeno della violenza. Ma non basta, bisogna fare anche un lavoro culturale, a cominciare dalle scuole. Serve che le donne non deleghino ad altri l’affermazione dei propri diritti. E le donne che occupano posizioni di vertice, in particolare, hanno una responsabilità aggiuntiva: rimuovere gli ostacoli che loro hanno incontrato nel percorso di avanzamento. C’è molta strada da fare: sicuramente in Italia la parità non c’è ancora.

Crede che l’odio verso le donne sia aumentato e se sì perché?
C’è una parte della nostra società che continua a volere la donna sottomessa e che si rifiuta di accettarne l’avanzamento. Basta vedere i social media: la gran parte dei messaggi violenti e volgari è ai danni delle donne. La misoginia è forte, è dura a morire. C’è sempre stata, ma oggi è più evidente, più palpabile, perché tutti hanno la possibilità di esprimersi nei modi più svariati. Bisogna fare qualcosa di concreto per arginare questo fenomeno. Per questo ho istituito alla Camera la Commissione contro l’hate speech, il discorso d’odio: perché non possiamo accettare supinamente che le donne vengano sempre di più umiliate anche verbalmente; che quando un uomo non è d’accordo con una donna possa rovesciarle addosso insulti a sfondo sessuale. La Commissione è nata per stigmatizzare tutti i discorsi di odio, e quello ai danni delle donne è il più diffuso.

È un fenomeno italiano, magari legato a un vecchio che non vuol morire, o siamo davanti a una reazione mondiale che prende il corpo della donna, la femminilità delle donne, la loro stessa vita, come campo di una battaglia contro la civiltà?
No, non è un fenomeno solo italiano, tant’è che il termine “femminicidio” – cioè l’uccisione di una donna in quanto donna – nasce in Messico. L’utilizzo sprezzante delle parole ai danni delle donne, il tentativo sistematico di delegittimarle è entrato purtroppo anche nel dibattito politico. E questo è pericoloso, perché se lo fanno i politici allora tutti, i giovani in particolare, si sentono autorizzati a mutuare questo linguaggio. Se esponenti politici usano affermazioni volgari, discriminatorie, sessiste – lo vediamo in Italia, ma anche in molti Paesi europei e negli Stati Uniti – questo ha un pessimo effetto moltiplicatore.

L’intervista a Laura Boldrini è di Corradino Mineo

Questo articolo continua sul numero 24 di Left in edicola dall’11 giugno

 

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