L’istantanea dell’Italia che ci consegna il voto di domenica 5 giugno è quella di un Paese con tre forze politiche: le destre costrette a convivere, il Partito di Renzi e il Movimento 5 Stelle. Al tempo stesso è un’Italia non troppo fedele alle sue appartenenze e che spesso «fa zapping» – come ha detto Renzi – in cabina elettorale. Così accade che la destra possa quasi scomparire a Torino, il M5s apparire irrilevante a Milano, il Partito di Renzi non passare il turno a Napoli.

Un’Italia che sembra dividersi a seconda del luogo in cui abita: chi ha casa nel centro storico tende a ritrovarsi nelle promesse del governo, chi sta solo a pochi metri di distanza, ma fuori dalla città-vetrina, sembra più incline al malumore e più propenso alla protesta.

Un’Italia che in maggioranza va ancora a votare, ma che crede sempre meno nei partiti e nella politica. Non si appassiona alle campagne elettorali, non abbraccia una visione del futuro, forse perché nessuno gliela offre. Il sogno di Berlusconi è infatti svanito, le promesse di Renzi non riscaldano più il cuore. C’è il governo degli onesti dei 5 stelle, ma dovrebbe essere una premessa, non il contenuto della proposta.

Direi che quella odierna è un’Italia-post, post liberale, post liberista, post democristiana, post comunista. Stanca del passato, ha abbracciato la rottamazione renziana, ma ora sembra stanca anche di quella, si sente post rottamata.

Che fare? Non riproporre vecchi pezzi di identità. Non funziona. Giorgio Airaudo è stato un buon sindacalista della Fiom, ma che dice oggi la sua esperienza all’Italia dei voucher? E Stefano Fassina? Ha speso a Roma la sua faccia di deputato per bene, che ha lasciato il governo e il Pd quando non ne ha potuto più. Ma da un parlamentare, da un politico, gli elettori pretendono di più – con chi stai, che farai?- e non solo a Roma. Lo slogan di Marino «non è politica, è Roma» era sbagliato pure allora, oggi tra mille “liste civiche” e finto civiche fa dubitare anche delle migliori intenzioni.

In verità io credo che si dovrebbe partire dal dopo Renzi. La rottamazione è avvenuta, è stata un successo, nessuno di noi faccia finta di poter essere quello che era: basta guardarsi indietro.
Bisogna ripartire dalle disuguaglianze che oggi il sistema produce e accentua. Bisogna partire dalla realtà dei ragazzi che non trovano lavoro o lo trovano precario. Bisogna partire dagli immigrati che sono donne e uomini, lavoratrici e lavoratori. Dai consumi comuni, senza mitizzarli, tentando semmai un uso parziale alternativo del capitalismo che li sta trasformando in business. Dal post ecologismo, magari ammettendo che gli Ogm non sono sempre e in ogni caso crusca del diavolo o che l’allevamento intensivo dei maiali inquina più di una piattaforma che estrae gas.
Bisogna fare i conti con la reazione, con l’odio per le donne che ritorna e ci interpella tutti. E non possiamo far finta di risolvere il problema con il politicamente corretto, con la doppia verità. Quella che si predica e quella che si pratica.

Dobbiamo poi definire il campo della nostra battaglia. Qui, come ha scritto bene Iglesias in un articolo sul Pais, tre sono i momenti: le città come fabbrica delle iniziative, i parlamenti nazionali e la sovranità che devono recuperare, l’Europa come casa comune, moltiplicatore della cultura illuminista, memoria delle guerre imperialiste, genitrice dello Stato sociale.

In Francia la lotta è contro il jobs act di Hollande, in Spagna per un governo delle sinistre Podemos e Psoe.
In Italia è tempo di fare un passo indietro per poterne fare due in avanti. Rimettersi in gioco, rinunciare se occorre al proprio ruolo, per ripartire insieme.

Questo editoriale lo trovi sul numero 24 di Left in edicola dall’11 giugno

 

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