«La tendenza a ridurre il confronto tra parti sociali al solo confronto aziendale non è solo italiana ma europea», dice a Left il segretario Fiom Maurizio Landini, che è ancora a Palermo quando lo raggiungiamo al telefono. Nel capoluogo siciliano, oggi, (insieme a Calabria e Sicilia) si è chiusa la mobilitazione unitaria delle tute blu – indetta da Fiom, Fim e Uilm – in difesa del contratto nazionale (ve lo raccontiamo sul sito di Left, dove trovate anche l’intervista integrale a Landini). È stato il terzo e ultimo appuntamento di sciopero e mobilitazione per i metalmeccanici italiani, con cortei in Calabria, Sicilia e Sardegna e un’adesione agli scioperi superiore all’80%. «Adesso, il messaggio che mandiamo a Federmeccanica è: dovete decidere cosa fare, perché mantenere questa rigidità vuol dire assumersi la responsabilità non solo di non fare il contratto ma di aprire una fase di conflitto nelle fabbriche e nel Paese», avverte il leader della Fiom Cgil.
Cosa chiedono i metalmeccanici?
Fiom, Fim e Uilm chiedono a Federmeccanica di cambiare posizione e rendersi disponibile ad aprire una trattativa vera in cui il contratto nazionale torni e rimanga uno strumento di autorità salariale per tutti i metalmeccanici. E su queste posizioni c’è un consenso vero.
Sappiamo bene che il vostro è il contratto nazionale più grande del Paese e che voi rappresentate la categoria più forte. Ha anche un valore simbolico quindi?
Sì, naturalmente, ha un valore importante perché riguarda il pezzo del settore industriale più importante del nostro Paese. In più ha ancora un significato perché Confindustria ha ormai esplicitato di condividere le posizioni di Federmeccanica. È chiaro che in questa fase il tentativo delle imprese è quello di mettere in discussione il ruolo del contratto nazionale in generale. Ed è evidente anche che se la loro linea passasse da noi sarebbe un via libera per il resto del Paese. D’altra parte, però, non vorrei che si scaricasse sui metalmeccanici quella che è una discussione più generale che riguarda il sistema dei modelli contrattuali di cui devono discutere Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Detto questo, il messaggio che noi mandiamo dopo questa giornata che conclude una settimana di mobilitazioni è: Federmeccanica deve decidere cosa fare, perché mantenere questa rigidità vuol dire assumersi la responsabilità non solo di non fare il contratto ma di aprire una fase di conflitto nelle fabbriche e nel Paese.
Il Jobs act s’abbatte su tutta Europa, anche in Francia. Lì, però, i sindacati riempiono le piazze…
Queste riforme sono pericolose, perciò è importante che non solo in Italia ma anche fuori ci si batta per mantenere i contratti nazionali e le leggi che tutelano tutte le forme di lavoro. Dall’altra parte, pur con le debite distanze… ma in Francia siamo ancora in una fase aperta, l’iter parlamentare non è ancora concluso e io mi auguro che a luglio queste lotte abbiano la possibilità di spostare le posizioni del governo francese.
E qui in Italia, che si fa?
Se dobbiamo proprio fare un confronto, mi permetto di dire che anche qui in Italia abbiamo fatto gli scioperi contro il Jobs act, come Cgil e come Uil. E il governo se n’è fregato. Vorrei far notare che la Cgil sta raccogliendo le firme – che a luglio depositeremo – affinché nella prossima primavera, attraverso lo strumento democratico e costituzionale del referendum, si possano cancellare le leggi sbagliate. Abbiamo da fare una battaglia per cambiare le leggi sbagliate del governo, perciò abbiamo valutato di utilizzare anche altri strumenti, e non solo la mobilitazione che abbiamo comunque fatto. Quando sei di fronte a leggi sbagliate il problema è come fare a cambiarle e non accettare che quella partita sia chiusa.

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