Quando, 40 anni fa, fu chiesto ai cittadini britannici se volessero entrare nella Comunità economica europea – il quesito traduceva Common market – il 70% rispose sì. Poi vennero il trattato di Maastricht e quello di Amsterdam, Schengen e l’euro. La Gran Bretagna si andò trasformando in un ospite pagante, interessato a sviluppare i rapporti commerciali con l’area Euro, ma sospettoso e renitente davanti alla prospettiva che l’Europa si desse una politica economica e istituzioni comuni.

Il fantasma del Brexit viene dunque da lontano, ma la sua forza dirompente muove dalla mutazione genetica intervenuta nel capitalismo dopo la crisi del 2007. È da allora che si è consumato il divorzio tra City e democrazia, tra Wall street e Main street. Boris Johnson ora può chiedere il leave sostenendo che l’Europa tedesca tornerà presto “nazionalsocialista”. Cameron, che ha indetto il referendum, ora dice che fuori dall’Europa la Gran Bretagna non potrà più pagarsi le pensioni. La prima vittima del referendum sull’Europa è dunque la destra britannica, divisa tra pulsioni nazional-populiste e la tradizionale difesa degli interessi finanziari.

La seconda vittima è la Germania, che ha paura di finire nelle braccia della Francia, supponente e stagnante, e dell’Europa del Sud – Italia e Spagna – non abbastanza rigorosa.

La copertina di Der Spiegel che si appella agli elettori di sua Maestà – “Please don’t go!” – e il tono burbero e minaccioso di Schäuble – «In is in, out is out» – si spiegano con la paura che l’Europa continentale possa reagire al Brexit puntando a una maggiore integrazione politica ed economica.

La terza vittima è la Sinistra, la Sinistra di Tony Blair e di Matteo Renzi, di Hollande e di Sánchez, che si è rassegnata a non mettere mai in questione la City né Wall street, che aspetta la ripresa sperando di poterne distribuire i dividendi, che non ha un’idea dell’Europa e non osa andare oltre la navigazione dorotea, peraltro già ben garantita da Angela Merkel.

I toni del Brexit diventano esagerati, le previsioni catastrofiche, proprio perché nessuno ha voglia di affrontare la questione vera: quale senso abbia una integrazione economica, politica e istituzionale della vecchia Europa. Serve un nuovo soggetto tra Cina e Stati Uniti? Può l’Europa unita garantire il welfare ai suoi cittadni, preparare una fase di crescita economica? Può aiutare la pace in Medio Oriente, proporsi come partner dei Paesi dell’Africa e del Sud America? Silenzio, si grida. Guai a voi, guai a noi!

Non diverse origini ha la contraddizione (apparente) che si manifesta tra il nostro premier e il suo ministro per le Riforme. Il voto di Roma, Milano, Napoli e Torino sarebbe solo una «quesione locale» per Renzi, ma intanto la Boschi minaccia la Appendino di ritirare 250 milioni già stanziati dal governo per la Città della Salute di Torino, accusa Parisi di negazionismo perché il Giornale ha pubblicato Mein Kampf, e va in giro a chiedere voti «di sinistra» paventando la nascita di un nuovo fascio-grillo-leghismo.

Il punto è sempre là: più si va avanti e appare chiaro che le disuguaglianze restano, l’occupazione non cresce, la corruzione è intrinseca al sistema, più le classi dirigenti della destra o della Terza Via devono esagerare il pericolo del baratro, del Brexit, della frantumazione dell’Europa, dell’ingovernabilità.

Tuttavia, più si agitano più legano la questione economica a quella democratica, erodendo il proprio consenso e generando mostri. Il peggiore esito possibile? Rafforzare Donald Trump. La possibilità positiva? Che Unidos Podemos vinca le elezioni del 26 giugno in Spagna e riapra il cantiere di un governo delle sinistre.

Questo editoriale compare sul numero 25 di Left in edicola dal 18 giugno

 

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