Sanders e Clinton trattano. Il videomessaggio di 20 minuti ai suoi sostenitori registrato dal senatore del Vermont è una chiamata alle armi contro Trump, il segnale che l’ex senatrice di New York è pronta a cedere su molte questioni perché si rende conto che la trionfale corsa di Sanders, una sorpresa per tutti, per lei in primis, è un campanello d’allarme per lei e il suo partito.

Il messaggio, sebbene non dica “mi sto ritirando”, contiene un punto chiaro: per vincere la nostra battaglia è necessario che alla Casa Bianca torni un democratico. E che in Congresso arrivi qualche rappresentante che provenga dalle fila della sinistra del partito. Così, e mantenendo viva la mobilitazione, sembra voler dire Bernie, potremo ottenere dei risultati. Diversamente i rischi sono enormi. Le parole di Sanders sono vaghe ma sono il primo passo nella direzione di una campagna unitaria da qui a novembre.

Le prossime settimane ci chiariranno se e come Sanders riuscirà a strappare concessioni vere. Su qualcosa Clinton dovrà essere necessariamente chiara ed esplicita: i toni della campagna delle primarie sono stati a tratti aspri e per recuperare un pezzo di elettorato, specie giovane, sono importanti argomenti, questioni simboliche su cui unire tutti coloro che hanno lavorato per far vincere i due candidati. La fortuna di Clinton è in parte la selezione di Trump: l’unità in questo caso si costruisce anche contro.

Sarà di grande interesse vedere cosa capiterà alla convention e, dopo, osservare se i volontari di Sanders sapranno mantenere vivo e vivace il network creato in questi mesi. Obama ci provò dopo essere stato eletto, ma non gli riuscì granché. Dalla sua Bernie ha il fatto che non diventerà presidente e che, quindi, potrà continuare a enunciare idee e proposte senza doverle mettere in atto. Se davvero al senatore del Vermont riuscirà l’impresa di tenere assieme le sue truppe, allora potrebbe aver contribuito a un cambiamento permanente nella politica Usa.

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