Il Movimento 5 stelle vince i ballottaggi, Matteo Renzi li perde. Questa è la sintesi, nonostante il Pd parli nuovamente di un risultato frammentato, come già fatto al primo turno. La faccia è una, in realtà, ed è quella di Matteo Orfini, ad esempio, che non si vede per commentare il risultato di Roma (dove Raggi supera il 67 per cento, raccogliendo 300mila voti in più rispetto al primo turno). Roma è peraltro il dato più importante ma non il più doloroso, per il Pd, che perde questa domenica anche un ventennale governo di Torino.

Perde Torino, dove Chiara Appendino stacca Piero Fassino, super favorito che doveva vincere al primo turno e invece manca la riconferma. Perde a Grosseto (dove vince il centrodestra), perde a Sesto Fiorentino (questa volta a vantaggio del candidato di Sinistra Italiana, oltre il 66 per cento). Ha già perso in partenza Napoli, escluso dai ballottaggi, dove De Magistris doppia Gianni Lettieri (che pure aveva incassato l’appoggio di pezzi del Pd). Perde, insomma. E abbastanza unanime è l’analisi dei commentatori: è la forza di Matteo Renzi a uscire fortemente ridimensionata.

Lontanissimo nella memoria sembra il 40 per cento delle europee, se anche Milano, che è vinta, è vinta per poco (18mila voti di scarto, con il centrodestra avanti in 5 municipi su 9). Se il centrosinistra governava 21 dei 25 comuni capoluogo andati al voto, ora sono 8, perché 7 ne conquista il centrodestra (erano 4, tra le nuove c’è la pesante Trieste e c’è Benevento, presa dal redivivo Mastella), 3 il Movimento 5 stelle (di peso, da zero, oltre Roma e Torino, c’è Carbonia), 3 la destra (Savona, Novara e Isernia, dove il ballottaggio era tra un candidato di Meloni, vincente, e quello di Salvini), uno il centro (Crotone) e uno la sinistra (Napoli, ovviamente). Poi ci sono le liste civiche, come il caso di Latina, vinta da Damiano Coletta, che Left ha raccontato più volte.

Con una direzione del Pd già convocata per il 24, ci sarà modo di fare i conti, nel Partito, e poi forse in parlamento, facendosi un po’ di conti sulla legge elettorale che si è voluto. Perché è allargando lo sguardo, il voto amministrativo, come già chiaro al primo turno, conferma un modello tripolare. Un modello semplice, anche per Roberto Formigoni. Che si lancia in un’analisi un po’ sbrigativa ma non così lontana dalla realtà, e per questo preoccupante – per Matteo Renzi.

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