Il 20 giugno è la giornata mondiale del refugiato. La Turchia si è apprestata a celebrarla con l’uccisione di civili in fuga che cercavano di passare il confine fra Siria e Turchia. Undici siriani sono stati uccisi. Tra i morti anche quattro bambini, mentre altre persone ferite sono in gravi condizioni. Le guardie di frontiera turche hanno sparato mentre i profughi tentavano di attraversare nella notte il confine, dall provincia di Idlib, nel nord della Siria.
A denunciare l’accaduto è l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani,con base in Gran Bretagna ( poi confermato da Human right watch), mentre il governo turco smentisce. Al contrario Ankara rilancia la retorica delle «porte aperte a tutte le persone in fuga dall’oppressione «senza fare nessuna discriminazione». (Oggi sono sono 2,7 milioni i siriani in Turchia, nei campi profughi e nelle grandi città). Ma si tratta di parole che non corrispondono ai fatti. La politica delle porte aperte non ha avuto modo di esistere da almeno da due anni, quando i curdi di Rojava cominciarono la lotta per Kobane sulla quale marciava l’Isis.
Va rilevato che il caso dell’uccisione di civili al confine non è un caso isolato. Gli undici siriani uccisi stavano tentando di attraversare la frontiera vicino al villaggio di Khirbet al-Jouz, dopo la fuga da Jarabulus e Idlib. Cinque appartenevano alla stessa famiglia. Nel corso di quest’anno sono già sessanta i rifugiati siriani assassinati alla frontiera della Turchia, che è sempre più blindata. A partire dall’ agosto 2015 quando ai migliaia di siriani in fuga, prima da Rojava, poi da Aleppo e Idlib, Ankara ha impedito l’accesso con reti elettrificate e blocchi di cemento. E poi con la costruzione di un vero e proprio muro lungo il confine. Il motivo sbandierato da Ankara è la protezione della città di Kilis che è ubicata a otto chilometri dal confine turco ed era stata colpita dall’Isis.

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