«Un voto a favore della Brexit renderebbe poche persone molto più ricche e la maggioranza degli altri considerevolmente più poveri» scrive oggi George Soros su The Guardian. Se lo dice lui, che mercoledì 16 settembre 1992 (il black wednesday della sterlina britannica) guadagnò un miliardo di sterline vendendo la valuta britannica dopo che il governo conservatore era stato costretto a ritirare la moneta dagli accordi europei di cambio, forse ci si può fidare. L’estate del 1992 è la stessa durante la quale il governo Amato fu costretto a svalutare la lira e che segna l’inizio di un lungo periodo di difficoltà dell’economia italiana: dopo di allora il Pil è cresciuto sopra il 3% un solo anno, nonostante i relativi benefici dovuti alla svalutazione almeno fino all’introduzione dell’euro.

Il finanziere divenuto filantropo mette insomma in guardia i cittadini britannici: non vi fidate di chi vi dice che le conseguenze economiche dell’eventuale Brexit saranno minime. Non solo ce ne saranno nel medio e lungo periodo, ma lo shock immediato sarà fortissimo: gli speculatori, come me al tempo, si fionderanno sull’occasione e daranno un colpo durissimo all’economia, bruciando miliardi in risparmi e risorse della Bank of England. Non ci sarebbe beneficio per la svalutazione, che il sistema di commercio mondiale sono cambiate e l’incertezza sul futuro non porterebbe investimenti. Non ci sarebbe la possibilità di tagliare i tassi di interesse per determinarne, che questi sono già ai minimi termini. La dipendenza dall’afflusso di valuta straniera nel Paese, determinata dal ruolo centrale della City come piazza finanziaria planetaria e dalle svalutazioni del 1992 e del 2008, rende l’incertezza pericolosa: si potrebbe determinare una fuga di capitali, almeno nei primi due anni dice Soros, che colpirebbe l’economia. In sintesi la sterlina tornerebbe a precipitare verso il basso senza effetti, almeno parzialmente, benefici.

L’appello di Soros è solo l’ultimo ai britannici e la paura sembra aver fatto leggermente risalire il fronte del No all’uscita dall’Europa. Gli ultimi quattro sondaggi danno un pareggio, due vittorie del No e una del Sì. Gli indecisi sono intorno al 9%. La partita si gioca sulla quantità di persone che andranno a votare e sugli ultimi messaggi. Jeremy Corbyn ha discusso in televisione spiegando che, pur non essendo un fan dell’Europa, la sua scelta di votare per rimanere è legata alla razionalità: ci sono grandi questioni che riguardano l’umanità, dal cambiamento climatico ai paradisi fiscali, passando per le migrazioni, che non rimangono fuori dai confini perché lo decidiamo. Per affrontarle servono spazi comuni più grandi della Gran Bretagna, sembra dire Corbyn, che aggiunge: «Voglio rimanere in Europa per cambiarla».

A favore della permanenza anche la stella assoluta dal calcio britannico degli ultimi 20 anni, David Beckam. Secondo la persona più fotografata dell’isola dopo la regina, l’eroe dei frequentatori dei pub e degli stadi, che probabilmente sono una fetta importante tra coloro che propendono per il Sì, si è schierato per il No, ricordando come negli anni della sua carriera abbia giocato in squadre britanniche con giocatori europei divenute stelle e vissuto in splendide città d’Europa proprio per la libertà di circolazione dei calciatori. Con lui anche la moglie Victoria, che ha emesso un comunicato per chiedere alla campagna per la Brexit di non usare una sua intervista vecchia di 20 anni nella quale esprimeva la sua contrarietà all’Europa.

Stanotte, a due giorni dal voto, il duello Tv tra Boris Johnson e Sadiq Khan, conservatore ex sindaco di Londra e laburista neosindaco, il primo è la faccia del Sì, il secondo un ragionevole No. Chissà che tocchi al figlio di un immigrato pakistano che si è fatto da solo convincere i britannici a rimanere in Europa.

 

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