Virginia Raggi e Chiara Appendino non solo hanno sconvolto gli equilibri politici di Roma, di Torino e della politica nazionale. Stanno mettendo a dura prova anche il linguaggio giornalistico e il mondo dell’informazione. Troppo forte, forse, lo choc, anche per chi dovrebbe essere pronto a percepire la realtà e i suoi cambiamenti e a raccontarli in modo obiettivo. Una donna, giovane, alla guida di una grande città – addirittura la Capitale d’Italia – chissà, deve provocare scossoni notevoli, più o meno latentemente. Soprattutto quando non si tratta di un personaggio noto, già incasellato, parte magari di una nomenclatura antica. E dopo 2500 anni di storia e di papato, fanno giustamente notare i media stranieri…

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E allora è possibile notare subito alcune tendenze a proposito della lettura del fenomeno. Cerchiamo di raccontarle. Una, decisamente portatrice di pregiudizi e di una cultura misogina, è quella, per esempio, del Tempo. Con quel titolo “Roma in bambola” e l’immagine di Virginia Raggi come una Barbie di plastica non splende per sensibilità.  Ma tant’è. È il Tempo, forse è prevedibile, anche se è difficile abituarsi all’incultura, nonostante le battaglie di tanti anni contro il sessismo nei media o nella pubblicità come portano avanti personaggi come Emma Bonino o Laura Boldrini.
Ma questa tendenza, questo ricamare sul personaggio femminile, questo “accanirsi” sul privato o sull’aspetto fisico, appartiene non solo alla cultura, diciamo tradizionale, conservatrice, ma anche a quella “progressista”.
L’essere donna, e quindi persona fragile e quindi da proteggere – nella vulgata comune – è il motivo che spiega l’esplosione in rete della lettera del marito di Virginia Raggi che con quel “mi manchi” finale ha acceso gli… emoticon. Il privato se è di una donna, miete click, mentre se riguarda un uomo, lascia più freddini. Non ha avuto lo stesso successo infatti la lettera del figlio di Roberto Giachetti postata su Facebook l’ultimo giorno di campagna elettorale.
Un giornale “liberal” come Repubblica ha dovuto poi definire in un titolo – forse “per acchiappare” lettori – Chiara Appendino “neomamma”. Ed ecco che si scatena Michela Murgia che su Fb fa notare: «Ti laurei alla Bocconi in economia, fai un’opposizione di ferro in consiglio comunale per cinque anni e sei stimata come professionista, ma per Repubblica.it il dato che meglio ti caratterizza è che hai partorito sei mesi fa. Complimenti. Attendiamo con fiducia titoli analoghi su Sala padre, De Magistris zio e Merola nonno». Ha ragione Michela Murgia, il ragionamento non fa una piega. Ma forse è eccessiva anche una terza tendenza, quella più difficile da analizzare. Quella che provoca più conflitti, che fa pensare ad una lettura più “ideologica”, più “femminista” d’antan.
L’elezione delle due donne “sindache”, viene considerato come foriera di novità gloriose per tutto il mondo femminile. A prescindere.
Per esempio, ecco cosa scrive su Huffington Post Lidia Ravera:
«Mi aspetto che non considerino il loro essere donne un dato secondario, irrilevante. Mi aspetto che lavorino per tutte noi. Che restituiscano il favore alle loro madri, noi, le ragazze degli anni Settanta, che hanno messo le basi, perché tutto questo potesse avvenire. Perché le donne uscissero fuori, e facessero pesare la loro forza». Certo, anche questo pensiero ha una sua logica, specialmente se viene da un personaggio, come Lidia Ravera, che si è molto battuto per la difesa dei diritti delle donne.

Ma a noi piacerebbe che Virginia Raggi e Chiara Appendino fossero considerate dai media per quello che hanno studiato, per quello che fanno e dicono, non soltanto per il fatto di essere donne. E che quello che fanno e dicono servisse per tutti i cittadini, non solo per quelli di sesso femminile. Virginia e Chiara considerate persone, esseri umani, con la loro differenza, in quanto donne, ovviamente, ma uguali agli uomini. Forse questo è un altro passo avanti verso una cultura più laica e aperta che potrebbe arrivare, guardate un po’, dall’elezione choc del 19 giugno. Le due donne del M5s potrebbero – vedremo poi nei fatti – scalzare – dopo il Pd renziano – anche una cultura pesante che l’Italia si porta addosso. Qualcuna l’aveva detto, settant’anni fa. Tanto per ripescare nel passato, una grande politica e partigiana, Teresa Mattei, la più giovane dei Costituenti, soleva ripetere che l’emancipazione delle donne serve a tutta la società. Uomini compresi.

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