Che Virginia Raggi avrebbe vinto a Roma era considerato da tutti scontato. Il successo netto di Chiara Appendino a Torino non veniva scontato, anzi. Due dati che evidenziano la superficialità con cui i commentatori hanno affrontato finora le questioni drammatiche della crisi della politica negli ultimi 25 anni e, in questo, la scomparsa della sinistra al di là dei magri risultati elettorali pure frutto di generosità di militanti.
La batosta che il Pd subisce può avviare un sano processo di destrutturazione di questa macchina del potere che ha operato ed opera per la colonizzazione della società da parte del capitale finanziario a livello nazionale ed europeo oltre che a livello locale. Questa è una buona prospettiva ma chiama in causa la capacità di organizzare un’alternativa di sinistra nuova.

La questione non è semplice. La crisi sociale e le sofferenze della società prodotte dal neoliberismo, dalla disoccupazione di massa alla distruzione progressiva del welfare, dalla privatizzazione tendenziale di ogni struttura produttiva e sociale pubblica fino alla manipolazione delle istituzioni e dei beni comuni ai fini della conservazione del potere da parte del Pd e delle forze del centrodestra, è stata interpretata e rappresentata dal movimento 5 stelle prevalentemente in chiave rottura col sistema politico sempre più autoreferenziale, opaco, clientelare, talvolta colluso con il malaffare, e, comunque, con un’economia spesso infarcita di corruzione. Questo apre delle prospettive e pone problemi ed interrogativi da affrontare con lucidità ed intelligenza e non con la superficialità con cui molti commentatori si sono espressi fermandosi a valutare il risultato del voto come punizione verso Renzi, e sicuramente c’è anche questo effetto salutare, considerando sostanzialmente il successo dei cinquestelle un accesso di febbre da curare per riprendere la strada giusta del neoliberismo, e non considerando che la crisi sociale pone le premesse di un’alternativa.

Il M5S interpreta questa crisi sul versante della legalità e delle trasparenza, premesse indispensabili, che includono anche una nuova idea della politica e della gestione delle scelte di organizzazione delle città. Li valuteremo all’opera. È significativo che a Roma e a Torino, per le politiche urbanistiche, siano state scelte due persone nettamente schierate contro la cessione ai privati speculatori della gestione delle politiche di organizzazione della città in funzione dei loro interessi e incuranti delle sofferenze dei senza tetto e delle comunità deprivate dei servizi e delle infrastrutture indispensabili a garantire un livello di vita dignitoso. Ho avuto la opportunità di avvalermi della preziosa collaborazione del prossimo assessore Paolo Berdini, persona di grande rigore morale e di alta professionalità, quando mi è capitato di dirigere la politica urbanistica della Regione Lazio e di portare in approvazione norme rigorose sul governo del territorio e mirate a rispondere alla domanda sociale di casa e di qualità dell’abitare. Norme che da subito, con una intesa cordiale tra il centrodestra di Storace e il centrosinistra di Veltroni, sono state via via snaturate per favorire l’urbanistica “contrattata”, e che l’attuale Giunta Zingaretti-Smeriglio si appresta a stravolgere interamente.

A Roma il M5S ottiene il successo in tutti municipi tranne quelli abitati dalla borghesia agiata, in quelle periferie deprivate di identità, di servizi, di lavoro, di sicurezza prima di tutto sociale. A Torino è la neosindaca Appendino a parlare della necessità di operare la ricucitura tra le due città, quella massacrata dalla crisi e dalle misure di austerità e quella gentilizia. Eppure, si dice che Fassino abbia amministrato bene, la città pulita ed ordinata, le strade senza le buche permanenti e non c’è stata “mafia sabauda”. Pare evidente che alla città impoverita e marginalizzata dalla crisi i cinquestelle abbiano parlato un linguaggio comprensibile che, magari, si è avvalso della delegittimazione della politica. Per una comprensibile eterogenesi dei fini la battaglia contro la “casta”, sostanzialmente mirata a sottomettere la politica ai poteri forti della economia, alle sue priorità di efficienza economica a danno dello stato sociale, e non alla effettiva moralizzazione della vita pubblica ai fini della giustizia e della uguaglianza, ha preso un’altra strada; gli apprendisti stregoni del neoliberismo scoprono con sorpresa e paura che gli spiriti liberati sono sfuggiti al loro controllo. Anche questo i cinquestelle interpretano e per questo sono oggetto di attenzione anche internazionale. E non si tratta del movimento di protesta come, con superficialità consolatoria, il potere ha definito finora i cinquestelle, come, per altro verso, anche Podemos in Spagna e Occupy Wall Street in America, esperienze diverse che sarebbe sbagliato accomunare semplicisticamente. Sono le forme che prende la rivolta contro le elites, comunque connotate, identificate come causa del crescente malessere delle masse popolari escluse dal circuito della valorizzazione finanziaria del capitale sempre più centralizzato in sedi del potere non sottoposte a legittimazione e controllo democratico.
Le elites hanno pensato che fosse loro diritto naturale detenere il potere e governare attraverso il pensiero unico neoliberista che ha omologato centrodestra e centrosinistra; alcuni commenti di loro rappresentanti nostrani sono rivelatori. Nel nostro provincialismo italico queste elites hanno assunto il volto ed il tono sussiegoso del Presidente Napolitano, che ha inaugurato un vero e proprio “stato di eccezione” e, prima con Monti, poi con Letta ed infine con il bullo di Rignano, hanno dato vita alla destrutturazione della società, dei diritti del e nel lavoro, e dello stesso ordinamento democratico.

Da qui il loro smarrimento e quello dei maître à penser organicamente arruolati; e, come i passeggeri di prima classe sul Titanic, continuano a disquisire sui nuovi equilibri tra centrodestra e centrosinistra, si esercitano nei balletti delle interpretazioni consolatorie pensando che tanto le Titanic ne peut pas couler. Certo occorrerà conoscere meglio la composizione culturale e sociale e i possibili sviluppi dell’onda anomala che ha messo in crisi la serena arroganza del potere nostrano, fatto di uomini e donne di scarse qualità e illimitate ambizioni. Ma, per chi continua a pensare che un altro mondo è possibile, è una occasione per misurarsi a costruire l’alternativa adeguata all’oggi e non a riproporre quella che, pur gloriosa e drammatica, è vissuta nel secolo passato.

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