Ogni due anni, d’estate, qualcosa ci ricorda che siamo italiani. Sì, avete capito bene: sto parlando di calcio.
Che siano i Mondiali o che siano gli Europei, negli anni pari è tutto uno sventolare di bandiere tricolore come nemmeno durante la festa della Repubblica. Cosa succede il resto del tempo? Ci dimentichiamo di essere italiani? Certo. Perché la vita è anche altro, e noi non siamo solo la nostra nazionalità: siamo un mosaico di caratteristiche, e prendere una parte per il tutto è da stupidi, perché quello che ci rende unici non è la caratteristica in sé ma il modo in cui è combinata con le altre. Per esempio, un naso un po’ storto ammanta di fascino un viso da bambola, come un paio di occhi verdi diventa assolutamente irresistibile su una persona di colore.
E dunque, fra le varie cose, io mi dimentico di essere lesbica. Perlomeno finché non apro il giornale e leggo della strage di Orlando, o vado su Twitter e leggo dichiarazioni omofobe da parte del politico di turno. Perché esattamente come il calcio agisce sul resto della popolazione (in barba ai cliché non ho mai giocato a calcetto) queste azioni mi colpiscono nell’orgoglio. Mi smuovono qualcosa dentro, come quel video francese della carbonara fatta con la panna (Anche lì, di nuovo, tutti orgogliosamente italiani).
In condizioni di quiete, perciò, non sento alcun bisogno di presentarmi al nuovo venuto e dire “Piacere, Chiara. Sono lesbica”. Dovrei? E perché piuttosto non dovrei dire “Piacere, Chiara. Non so nuotare” oppure, ugualmente importante “Piacere, Chiara. Sono celiaca/diabetica/cardiopatica”? Dopotutto, sono informazioni che potrebbero potenzialmente salvarmi la vita in caso di pericolo. Solo che io penso a me stessa come Chiara: né come a un elenco di caratteristiche, né come a una sola di queste. E quindi, a meno che qualcuno non mi proponga di andare a fare una pizza o di mangiare un gelato o di fare bungee jumping trascurerò di parlare della mia condizione medica.

©antoniopronostico

L’amore fa puff, illustrazione di Antonio Pronostico

Il fatto è che il peso del coming out, socialmente parlando, è tale che molte persone non riescono a farlo per tutta la vita. O che fanno con immensa fatica, atterrite dalla paura di un riscontro negativo da parte di genitori, colleghi e amici. E in effetti un feedback negativo, in seguito a un coming out, non è da escludere. Perché prendendoci uno spazio specifico per dire “sono gay” in qualche modo ci stiamo scusando. Stiamo ammettendo qualcosa. Come se fosse la confessione di una colpa, una giustificazione necessaria. Con una dichiarazione così solenne “Sono gay”, con questo faro puntato sull’orientamento sessuale, ci poniamo in difetto. E come tali ci mettiamo in una posizione eccezionale per ricevere critiche.
Ora io, che ci volete fare, ho preso da mio nonno Damiano: sono sfrontata, e di questi problemi non ne ho mai avuti. Davvero: nessuno mi ha mai fatto storie a causa del mio orientamento sessuale. Nessuno ha mai fiatato. Non davanti a me, perlomeno. Ma non si tratta di fortuna, né di vivere nel paese dei balocchi. Vivo in Italia: un Paese sufficientemente fascista da non aver mai contemplato l’omosessualità fra i reati e sufficientemente retrogrado da non tutelare i figli delle coppie dello stesso sesso già nel ventunesimo secolo. La mia difesa, da sfrontata quale sono, è l’attacco. Un particolare tipo di attacco. Tanto per cominciare è un attacco non violento.
Lo scenario che vi potete immaginare è quello, familiare, del lunedì mattina alla macchinetta del caffè. Le chiacchiere di riscaldamento prima di gettarsi in ufficio sulle sudate carte riguardano, tanto per cambiare, il week end appena trascorso. Chi è stato spaparanzato sul divano a guardare la TV, chi è stato a casa dei suoceri, chi ha avuto il pupo malato, chi si è ubriacato e chi è andato alle terme. E poi arriva la fatidica domanda. “E tu?”
Senza nessun imbarazzo mi gioco la mia cartuccia: «Sono andata al mare con la mia ragazza».
Perché non vuol dire semplicemente: “Cara società, sono lesbica” ma vuol dire: «Sono lesbica. Embè?» E questo è un attacco politico. Perché la narrazione quotidiana della propria vita è un’affermazione politica.
Perché noi siamo qui, adesso, tutti i giorni. E non dobbiamo giustificarci, davanti agli altri, ma dare loro gli strumenti per comprenderci, rispettarci, tutelarci. Perché la vita è quello che succede mentre siamo impegnati a fare altri progetti e ad aspettare che ci vengano concessi dei diritti. Perché la vita è quella cosa che succede mentre ci dimentichiamo di essere gay, lesbiche, bisessuali, transessuali o persino italiani. E pensiamo a noi stessi, com’è giusto che sia, in quanto semplici individui.

*Chiara Sfregola è una blogger e scrittrice.  Scrive su LezPop.it e ha appena pubblicato il suo primo romanzo Camera Single (Leggereditore).

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