«Dovrebbe il Regno Unito continuare a essere un membro dell’Unione europea? ». I cittadini di Sua Maestà britannica, Elisabetta II, si troveranno a decidere se continuare a fare parte dell’istituzione transnazionale meno amata del decennio scegliendo tra le opzioni «Rimanere un membro dell’Unione europea/Lasciare l’Unione europea», il fac-simile della scheda lo vedete qui sopra – l’Union Jack l’abbiamo aggiunto noi.

La risposta che daranno i britannici avrà ripercussioni enormi, sul loro Paese innanzitutto e poi sull’Europa. Circolazione delle persone, commercio, idea di Unione che l’Europa è in grado di immaginare e provare a mettere in pratica.

Hanno diritto a votare 44 milioni e 772mila persone. 37,9 milioni sono inglesi, 2,1 gallesi, 3,9 gallesi, 1,2 nordirlandesi. La nazionalità non è indifferente, visto che gli scozzesi vogliono rimanere a tutti i costi e in caso di vittoria dei sostenitori del Brexit potrebbero decidere di tenere un nuovo referendum per uscire dal Regno. La partecipazione al voto sarà un aspetto cruciale: quanti andranno? Nel 1992, quando vinse Tony Blair per la prima volta, votò il 77,7% degli aventi diritto, nel 2001 il 59,4% e l’anno scorso il 66,1%. Più voti forse significa più fuga dall’Europa.

Gli schieramenti

I principali partiti sono divisi al loro interno. I leader sono per il No, liberaldemocratici, Verdi e nazionalisti dello Scottish National Party compresi; per il Sì le voci più forti sono quelle di Boris Johnson, ex sindaco di Londra e papabile leader conservatore in caso di terremoto, e poi Nigel Farage, il cui Ukip è fondamentalmente una creatura dell’Europa, nel senso che nasce in opposizione ad essa. Tra le voci forti per il No c’è il neo-sindaco di Sadiq Khan, che ha giganteggiato contro Johnson nel dibattito televisivo a due giorni dal voto. Dei 650 membri del parlamento o MPs, 478 (73,5%) sono per rimanere, l’1,4% non si è espresso. La forza del Sì nei sondaggi è un segnale di come la domanda sull’uscita dall’Europa sia forte nella società britannica: comunque vada un quarto degli elettori in più degli eletti voterà per abbandonare l’Ue.

I sondaggi

Il Sì è stato in vantaggio per mesi, ma più si avvicina la data e gli argomenti si fanno seri, e più il fronte del No cresce. Gli ultimi sei sondaggi assegnano la vittoria al No in quattro casi, un pareggio e una vittoria del Sì. Gli indecisi restano il 9-10% e i distacchi minimi, dentro al margine di errore. Dovessimo dare retta ai social network stravincerebbe il No, come mostrano i rilevamenti di Reputation Squad su Twitter e Facebook. Farage stravince, Cameron secondo, terzo Johnson quasi pari con il premier, poco dietro il laburista James Corbyn e Sadiq Khan  u passo. Farage è però molto attivo su Twitter e negli ultimi mesi l’unica cosa di cui si è occupato è il referendum. Gli altri leader hanno altro a cui pensare.
brexitometer reputation squad

L’engagement su Twitter e Facebook rispecchia invece gli orientamenti, con il Sì, che è per forza di cose più motivato che prevale di un soffio.Brexitometer social media

Di cosa si è parlato in campagna elettorale?

Pro-Brexit

La campagna ha assunto toni nazionalisti fin da subito: gli inglesi sono nazionalisti e gelosi della loro isola e con i tempi che cambiano si sentono invasi. E il 10-12% di loro vota Ukip nonostante il sistema elettorale non dia quasi speranze di eleggere deputati al partito di Farage. Boris Johnson nel dibattito Tv ha detto che in caso di vittoria del Sì, il 23 giugno potrebbe diventare l’Independence day della Gran Bretagna (ironia vuole che l’Independence day americano celebri l’indipendenza proprio dall’impero dove non tramontava mai il sole di Sua Maestà).

L’immigrazione, il controllo delle frontiere per tenere fuori rifugiati e terroristi, la burocrazia di Bruxelles sono gli argomenti forti del Sì. Oltre a quel manto di nostalgia per la cara vecchia Good Old England di pub, città minerarie coperte di smog, paesaggi verdi, ristoranti di fish&chips con le posate e i piatti di plastica come nella miglior tradizione dell’era moderna, in cui tutto quel che era sintetico era buono e Sheperd’s Pie, il pasticcio di carne più popolare. Quel Paese, se mai è esistito, oggi non c’è più.

La polemica più dura c’è stata per il manifesto che vedete qui sotto: l’uso delle masse di rifugiati che camminano nel mezzo della campagna europea da parte dell’Ukip viene considerato da molti volgare e xenofobo. Tanto che la baronetta Sayeeda Warsi, conservatrice per il Brexit, ha cambiato campo a pochi giorni dal voto proprio a causa dei toni usati dai favorevoli a lasciare l’Europa. Farage si è rifiutato di chiedere scusa. Ma a quei toni viene imputata anche la morte di Jo Cox, uccisa da uno squilibrato, certo, che però era animato da risentimento e nazionalismo.

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L’idea dei favorevoli a uscire è che da sola, la Gran Bretagna può affrontare meglio la minaccia terroristica, fermare l’immigrazione (“come in Australia”), commerciare meglio e di più con i Paesi extraeuropei, Stati Uniti e Cina in testa «perché non ci vorranno anni per negoziare un trattato commerciale e non dovremo sottostare alle regole assurde imposte da Bruxelles».

I contrari

I contrari all’uscita hanno argomenti razionali, a volte troppo, ma riescono anche a mettere passione. I sindacati del personale sanitario ad esempio spiegano che l’NHS, il sistema sanitario nazionale, rischia di collassare senza l’apporto di medici e infermieri stranieri. Che siano immigrati indiani o polacchi, il discorso non cambia, sempre di stranieri si tratterà. L’idea che senza Europa quella che viene definita un’invasione si arresterebbe è ridicola: in Gran Bretagna vivono milioni di pakistani, indiani, bengalesi, asiatici di altra provenienza, africani che non hanno nulla a che vedere con la presenza del Paese in Europa. Quanto al terrorismo, ha urlato nel dibattito Tv la leader del partito conservatore scozzese: «Se la Cia, il capo dell’Mi6, gli esperti del settore e i militari mi dicono che sono più sicura in Europa io credo a loro». E se parliamo di regole e burocrazia europee? Sono troppe, è vero, ma siccome il Regno Unito esporta il 58% del totale delle merci che vende all’estero proprio in Europa, queste devono essere compatibili con le regole europee.

Jeremy Corbyn, che non è un euroentusiasta, chiede un Sì di testa perché le grandi questioni che ci stanno davanti: immigrazione, cambiamento climatico, Siria, non si affrontano da soli.

 

Nei mesi scorsi il governo britannico ha posto sul tavolo alcune questioni a Bruxelles: mantenimento del pound, dichiarazione che il Regno Unito non ha intenzione di fare passi aggiuntivi verso più Unione europea, taglio dei benefici del welfare agli immigrati che perdono il lavoro – un modo per scoraggiare l’immigrazione da welfare, che è una frazione di frazione. Qui sotto la pagina di pubblicità su Metro comprata da un cittadino per comunicare al mondo il suo sdegno per la volgarità del dibattito sull’immigrazione. «Gli immigrati aumentano dello 0,5% l’anno, davvero non siamo in grado di gestirli» Per l’Europa sarà comunque un problema: se vincesse il Sì, ci troveremmo quasi certamente di fronte ad altri referendum e a risultati ancora migliori per i partiti euroscettici (a meno che Londra non affondi nei guai di una crisi il giorno dopo). Se vincerà il No, comunque si apre una fase di rinegoziazione molto complicata.

metro brexit

In questi giorni e nei mesi passati contro la Brexit si sono schierati la City, che teme di perdere la propria centralità mondiale nel mondo delle transazioni finanziarie, le società della Premier League, molti artisti e Soros ha messo in guardia sul pericolo di un attacco alla sterlina. Anche la musica è terrorizzata: come il calcio un’industria britannica globale che teme per le tariffe per l’export, i visti di ingresso e uscita per gli artisti in tour (in Gran Bretagna e dalla Gran Bretagna). Figure come Brian Eno, Johnny Marr, Bob Geldof, fondatori di importanti case discografiche indipendenti come Rough Trade o Beggar’s banquet, tutti si sono espressi pubblicamente per il No.

E a proposito di musica, qui in fondo potremmo caricare il classico dei Clash che recita Should I stay or should I go, “Resto o me ne vado”. Postiamo invece Panic degli Smiths, che è quello che prenderà alla City di Londra in caso di vittoria del Sì.

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