In trenta mesi da segretario e premier è riuscito a scontentare quasi tutti. Ha perso 45 amministrazioni su 90: nessun leader della sinistra aveva mai fatto peggio. Il Pd è stato “asfaltato” a Roma e a Napoli. A Torino donne e uomini che avevano sempre, e nonostante tutto, votato a sinistra hanno accolto Chiara Appendino, bocconiana a 5 stelle, come una liberazione dall’ipocrisia, dal racconto menzognero di un Paese che sorride alla ripresa mentre tante famiglie operaie sono costrette a impegnarsi la fede nuziale per mettere la cena a tavola. La rivolta, sofferta e privata, di intellettuali e militanti che hanno sentito di non poter più votare una sinistra così, sinistra della “buona” scuola e del Jobs act, dei petrolieri e delle smorfie a Marchionne, è stata sorretta e superata per slancio da un vero e proprio moto popolare nelle periferie. A Tor Bella Monaca il 75% degli elettori ha scelto Virginia Raggi. Alle Vallette, Chiara Appendino ha preso il doppio dei voti Pd. E se tra primo e secondo turno 25mila torinesi hanno ritirato il certificato elettorale per poter votare, il sindaco uscente ha solo aggiunto 8mila suffragi al primitivo bottino, il sindaco eletto ne ha conquistati altri 82mila. Compresi, ovviamente, molti voti di una destra, rottamata e non unita, che ha preferito una giovane bocconiana NoTav a Renzi e alla sinistra dell’establishment.

«È andata in scena la rivolta contro l’Ancien Régime, incarnato proprio dal quel Renzi che avrebbe dovuto rottamarlo», ha scritto Massimo Gramellini. «Governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento – ha scritto Ezio Mauro – diventa un’interpretazione autistica, staccata dal corpo sociale». Matteo Renzi, purtroppo, è fatto così: trasforma la contesa politica in una serie di partite a scacchi, dalle quali esce vincitore perché sa cogliere la debolezza dell’avversario, vede la linea di minore resistenza dalla quale passare e usa a suo vantaggio i succhi gastrici dell’antipolitica. Ma non ha visione né idee forti, perciò le prende in prestito dai poteri forti. Si circonda di personalità minori, con poca esperienza e scarsa competenza, perché non sopporta di poter essere guidato, né ripreso. Come un ragazzo viziato, si porta via la palla se prende il gol. La colpa è sempre degli altri: serve il “lanciafiamme”. Dunque si torna a “spianare” ed “asfaltare”.

Non modificherà l’Italicum, Renzi, anche se ha capito che con quella legge un demagogo votato appena da un sesto degli elettori potrà portarsi via il banco e far danni da Palazzo Chigi per cinque anni. Chiederà obbedienza al Pd e trasformerà il referendum – non una riforma ma una riscrittura della Costituzione, come spiega Luigi Ferrajoli – in un plebiscito giacobino: o me o il diluvio. Proseguirà con i bonus e gli sgravi, che non creano occupazione e mettono a rischio i conti. L’unica politica che gli importa è la sopravvivenza della sua politica. Si circonderà di pesi piuma giovani e telegenici, piazzisti di una narrazione ottimistica e anacronistica.

Davvero per la sinistra, ma anche per la destra e per i 5 stelle è l’ultima chiamata per rimettersi in questione e cambiare l’Italia. Uniamoci tutti per dire No alla riforma Renzi, per non piegare la Costituzione al capriccio di un leader. Un No detto insieme, di cittadini di sinistra, di destra e 5 stelle, che si sono incontrati ai ballottaggi in risposta all’arroganza del premier, potrebbe aprire in autunno una fase costituente. Darebbe la possibilità ai tre poli – ma noi speriamo che come in Spagna diventino 4 – di aprire una vera dialettica, un confronto anche aspro, ma sulle idee, non su slogan e tweet.

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