È finita. A separare il Regno Unito dall’Europa non c’è più solo il Canale della Manica ma una visione del mondo completamente diversa e, forse, opposta.
Sono poco meno delle 4 di mattina a Londra quando si comincia a capire che, nonostante manchino all’appello oltre un centinaio di seggi da scrutinare, la Gran Bretagna ha scelto il Brexit. Non sono bastati i voti della Scozia e delle città più cosmopolite come Londra ed Oxford – il Paese ha scelto di uscire dall’Europa e, per usare le parole del leader dello UKIP, Nigel Farage, ha optato per «l’indipendenza».

Un risveglio amaro per gli inglesi che si trovano un Paese letteralmente spaccato a metà. A nord la Scozia che ha votato compatta per rimanere nell’orbita di Bruxelles. Poi le città metropolitane e, quindi, più internazionali. Ma, nel mezzo, la provincia britannica composta dalla working class che ha avuto l’ultima parola su questo temuto referendum. Ma è stato davvero un voto sull’Europa?
Per gli opinionisti, che per tutta la notte si sono dati il cambio per le maratone su Sky News e sulla BBC, questo non è necessariamente un voto sull’Europa ma sull’establishment più in generale. Un voto di protesta di immani proporzioni (e conseguenze) che ha come punto focale l’immigrazione, la sicurezza, il sistema sanitario al collasso e quello scolastico.

Il Regno Unito, che è entrato a far parte della allora Comunità Europea nel 1973, esce oggi sbattendo la porta con un inimmaginabile voto di protesta. Resta da capire se la Scozia possa riproporre a breve un nuovo referendum per l’indipendenza per riuscire ad ancorare il nord della Gran Bretagna all’Unione Europea e sganciarsi, come si è provato a fare lo scorso anno, da Londra.
Intanto, la sterlina è crollata ai minimi e sotto l’1.35 dollari, il punto più basso dalla metà degli anni 80.

E ora? Cameron, ad esempio. Si andrà alle elezioni entro il prossimo anno?
Questo voto sull’establishment, sì, mette una data di scadenza al governo di David Cameron che ha sperato fino all’ultimo in una vittoria del Remain. Ma niente da fare. Il referendum, che ha dilaniato il Partito conservatore del Primo Ministro, potrebbe essere l’ultimo chiodo della bara confezionata per il governo. Nonostante 84 parlamentari conservatori abbiano firmato una lettera prima della fine dello spoglio che dava pieno mandato a Cameron qualsiasi fosse stato il risultato elettorale, è ormai chiaro che il premier sarà costretto alle dimissioni. In tanti, anche all’interno del suo partito, credono infatti che gli inglesi debbano tornare a votare entro il prossimo anno per scegliere il nuovo inquilino del 10 di Downing street.

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