«I fatti e le persone sono inventati ma le emozioni, sono autentiche» inizia così, con un disclaimer come nei titoli di testa di un film, Camera Single di Chiara Sfregola (Leggereditore). Basta scorrere le prime pagine del romanzo per trovarsi immersi in quella cosa che molto genericamente potremmo definire l’amore. Dinamiche di coppia, drammi, piccoli gesti, gelosie, fare la spesa in due, parole. Quelle di chi sta insieme e ormai non si chiama più per nome – Roba da estranei! – ma, semplicemente: “Amore”, una trionfante metonimia in cui il tutto rappresenta una parte e la parte rappresenta il tutto. E allora, alla luce di questo, quando, dopo le prime righe, scopriamo che Linda è innamorata di Margherita, non fa differenza, perché dire Margherita è la stessa cosa di dire: Alessandro, Giulio, Fabio, Ludovica. Perché Margherita, appunto, è Amore. Nessun genere e nessuna categoria in particolare. Solo quella cosa che accade, nel senso che proprio ti cade addosso. E ti travolge.

CameraSingleCopertina

Mentre ci racconta il suo romanzo e chiacchiera del mondo là fuori, Chiara Sfregola è tutta occhi, cervello e un parlare veloce, ricco. Vivo. «Il libro è proprio autobiografico?» le chiedo, «Beh, no, magari! La realtà è molto più noiosa, la vita vera è più “zozza” della fiction» mi dice, buttando lì una frase che potrebbe essere un aforisma perfetto per diventare virale sul web. E penso che forse non è un caso che questa storia inizi proprio dalla rete. Camera Single infatti prima di diventare un libro era un blog. «Passare dal blog al romanzo – spiega Chiara – è stato molto liberatorio, prima avevo un po’ d’ansia, perché sapevo che ogni settimana mi leggeva mia madre. Con il romanzo ho potuto prendermi delle libertà in più, so che ancora non lo ha letto, ma il romanzo è dedicato a lei». La dedica è quella che ogni figlia, dotata della giusta dose di ironia, probabilmente vorrebbe fare: a mia madre, se no chi la sente.
Camera Single scorre veloce, è leggero e incuriosisce forse anche proprio perché riesce a parlare di un amore omosessuale senza cadere nei soliti cliché. «Ho cercato di raccontare le emozioni nel mondo più universale possibile – racconta l’autrice – Una mamma non ama in modo diverso un figlio a seconda del fatto che sia maschio o femmina, che tu ami una persona del tuo stesso sesso o del sesso opposto al tuo è esattamente la stessa cosa. L’amore è amore. Poi è ovvio che se si scende nei dettagli, raccontare la storia fra due ragazze mette in campo dinamiche diverse. Ma è solo una contingenza, una contingenza che ha il vantaggio, magari, di farci scoprire un mondo diverso dal nostro. Credo sia questo che in fondo chiediamo alla narrativa: raccontare dei sentimenti universali, ma che non sono per forza la copia fedele delle nostre vite. Se ci pensi bene è lo stesso principio per cui guardiamo Game of Thrones. Nessuno è davvero mai vissuto a Westeros eppure non perdiamo una puntata».
In questo caso, al posto di draghi e cavalieri, a fare da sfondo “esotico” al romanzo di Sfregola non ci sono solo i locali gay e le feste, ma anche la Roma delle perferie e della gentrification, delle periferie che cambiano come il Pigneto e il Quadraro a quella bene degli uffici della zona Prati o dei bar di Monti. Uno scenario che ben presto si popola di elementi che sembrano un piccolo manifesto di una generazione. Quella che legge Vice, quella dei millennials, quella che usa le app di incontri non più né meno del car-sharing, quella degli hipsters e dei concertini indie nei circoli Arci, quella che “fa cose, vede, gente e ha sempre un progetto in tasca”, perché quando cammini sul crinale dei trent’anni non hai più dei sogni, hai dei “Progetti”. Poco importa se gay o etero.

Questo articolo continua sul numero di Left in edicola dal 25 giugno

 

SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti