Il 23 Giugno il Regno Unito ha “partecipato a un esercizio democratico gigantesco, forse il più grande della nostra storia”. Così afferma David Cameron nel suo discorso che annuncia le dimissioni. “Oltre 33 milioni di persone da Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord e Gibilterra hanno tutte potuto dire la loro. Dovremmo essere orgogliosi del fatto che, in queste isole, abbiamo fiducia nelle persone per queste grandi decisioni. (..) Il popolo britannico ha votato per lasciare l’Unione Europea, e la sua volontà deve essere rispettata.”

Con un tasso di partecipazione del 72,2%, il più alto dalle elezioni generali del 1992, una maggioranza dei britannici, 51,9%, contro il 48,1%, ha detto sì alla uscita dell’Unione europea. Un voto storico per il terzo referendum del Regno Unito. E tuttavia, come il Financial Times sottolinea, il risultato non è vincolante: il dettaglio è di non poco conto. Il referendum sull’Unione Europa, infatti, è un referendum consultivo, a differenza del referendum del 2011 sulla riforma elettorale. Dunque non ha immediate conseguenze giuridiche.

Per lasciare l’Unione Europea, la procedura prevista è che il governo faccia appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Esso dispone che ogni Stato membro possa decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Finché il governo britannico non fa appello a questo articolo il Regno Unito rimane un membro dell’UE e nessuno può obbligarlo ad uscirne. Tuttavia il governo non sembra al momento intenzionato ad avviare la procedura. Infatti Cameron nonostante l’orgoglio per il pronunciamento popolare, ha annunciato che la trattativa con l’Unione europea inizierà con un nuovo primo ministro, il quale dovrà prendere la decisione su quando far scattare l’articolo 50.

Non vi è inoltre alcuna indicazione che i suoi possibili successori e convinti sostenitori dell’uscita dall’Unione Europea, abbiano fretta di avviare il processo formale e legale per lasciare l’Unione. Lo ha sottolineato Boris Johnson, ex sindaco di Londra, fra i più accesi sostenitore del Brexit: “Votando per lasciare l’Unione europea, è fondamentale sottolineare che non c’è fretta, (…) ne bisogno di invocare l’articolo 50.”

Va anche ricordato che quest’articolo, una volta attivato, prevede un periodo di due anni per la produzione di un accordo tra lo Stato uscente e l’Unione europea. Per la maggior parte dei commentatori, due anni non sono realistici per sciogliere 40 anni di integrazione. Si prevede piuttosto che ne servano da 7 a 10, sempre che i partners accettino di estendere il periodo previsto di due anni. Se non accettano, significherebbe un hard exit per il Regno Unito.

Inoltre, il Brexit rappresenta una minaccia per l’esistenza stessa del Regno Unito, in quanto la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato per il Remain. La probabilità di un secondo referendum per l’indipendenza scozzese è superiore oggi di quanto non fosse prima del 23 giugno.

Tutto questo fa pensare che gli effetti del voto per il Brexit siano più che incerti. Alcuni commentatori ipotizzano nuove elezioni generali centrate sul Remain, o un secondo referendum. Nel frattempo il caos politico aumenta…

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