«Il voto inglese pesa come un macigno sulla storia europea» dice Matteo Renzi, che però coglie l’occasione per rispolverare il suo profilo ottimista, anzi euro-ottimista. «Ciò che è accaduto nel Regno Unito può essere la più grande occasione per l’Europa», aggiunge infatti. L’occasione per dimostrare che «l’Europa è l’Europa che combatte una battaglia di giustizia sociale e non quella delle sole procedure burocratiche». Come dargli torto? Bisognerebbe proprio fare in modo che sia cosi. Bisognerebbe sì.

Bisognerebbe però dire qualcosa di più, cosa che per ora il premier non fa, non prendendo ad esempio di petto il tema del bail in (come gli ricorda col solito eccesso polemico Alessandro Di Battista) né il problema delle politiche economiche tedesche, su cui invece molti economisti hanno ormai acceso i riflettori. Ci dice Emiliano Brancaccio – per dire – che dietro il Brexit c’è il tema della redistribuzione interna ai Paesi europei, «l’eccezionale divaricazione, anche tra i tassi di occupazione». E lì la Germania è il problema, per ora.

Con il suo intervento in parlamento, poche ore prima del vertice a tre, con Francia e Germania, e alla vigilia del Consiglio Ue, il primo post Brexit, comunque, Matteo Renzi si iscrive nel fronte, con Hollande (e secondo il ministro delle finanze francese, Michel Sapin, anche con Merkel), di chi dice che ormai il dato è tratto, e che tirarla per le lunghe può solo fare più danni. «Tutto può fare l’Europa», dice giustamente Renzi, «tranne che aprire una discussione di un anno sulle procedure. Oggi, vista l’affluenza straordinaria al referendum in Gran Bretagna, tutto possiamo fare tranne che fare finta di niente». Un po’ come sostiene Romano Prodi, insomma: «Francia e Italia», lo ha anticipato il professore, «devono dire che non si può far finta di nulla». Fanno solo male, secondo Prodi, «fantasiose» e anzi «patetiche» idee come quella della petizione per rifare il referendum.

Ma suonano così un po’ generiche, anche perché già sentite negli ultimi due anni, le parole di Renzi. Che va a Berlino, lui e l’Italia, «a testa alta, con le sue idee», per dire «con forza», che servono «più crescita e investimenti, meno austerity e burocrazia». «Lo diciamo da due anni». Appunto.

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