Lunedì 27 giugno, ore 18. L’Italia si ferma per la Nazionale. «Sindaco, mi conferma l’intervista? C’è la partita…». «Perché, gioca il Napoli?», replica Luigi de Magistris, rieletto alla guida di «Napoli città autonoma». E alle 18 in punto ci accoglie a Palazzo San Giacomo.

Sindaco, lei parla di autonomia dentro l’Europa mentre il Regno Unito ha votato per la Brexit.
Credo che in Gran Bretagna abbia vinto la paura dello straniero, della contaminazione dell’altro. A Napoli invece si sta costruendo un processo di autonomia sull’abbattimento delle paure, sulla presa di coscienza che le differenze sono una ricchezza e non un pericolo. L’incontro tra fasce sociali diverse è diventato un elemento di ricchezza per una città senza mura e senza confini, in cui si costruisce la civiltà del benessere.

Napoli come Barcellona, Madrid e Atene. All’indomani della sua riconferma, ha parlato di un network delle “città ribelli” contro le oligarchie di Bruxelles. Ci spiega?
Perché con la riconferma è nato un progetto politico, non si tratta più soltanto di un laboratorio. L’esperienza della città di Napoli va raccontata insieme a quella di altre grandi città del mondo, come Barcellona, Atene e altre ancora, perché qui il popolo è diventato protagonista del suo destino. Si è rotto un sistema, non ci sono più guinzagli che legano Napoli ad apparati partitocratici o sistemi mafiosi, a lobby, congreghe o circuiti di potere politico né locali, né regionali o nazionali. La gente senza potere, in particolare i giovani ma anche una nuova borghesia illuminata, si è messa a fare politica nella nostra città. Abbiamo governato per cinque anni, senza un euro e senza rinunciare alla nostra visione politica. Il risultato? Siamo l’unica città d’Italia che ha pubblicizzato l’acqua, non ha privatizzato servizi essenziali e non ha licenziato nessuno. Abbiamo dato una visione internazionale a Napoli, resistendo ai tentativi di occupazione istituzionale e alle politiche di austerità. È chiaro che siamo oltre l’esperienza amministrativa.

Cosa intende con “città autonoma”?
Napoli autonoma è un démos, è una città, una comunità che si racconta. Forse, per la prima volta dal Dopoguerra la novità viene dal Sud e pone fine a quella litanìa della questione meridionale, dei soloni che da Roma, dai governi e dal parlamento, ci raccontano come deve cambiare il Mezzogiorno e poi fanno “politiche di gabbie” per tenere bloccato il popolo. Trovo molto bello che sia passato il concetto di “città ribelli”, ora dalla città ribelle bisogna passare al Sud ribelle, d’Italia prima e d’Europa e del mondo poi. Perché vogliamo essere a disposizione di tutte quelle popolazioni che si vogliono emancipare, la potenzialità dei Sud è enorme.

Prima o poi le potenzialità dovranno pur concretizzarsi. Come si fa?
Si fa consolidando le relazioni e gli scambi di prassi ed esperienze, consolidando incontri e dibattiti. Pochi giorni fa a Roma ho incontrato Yanis Varoufakis, presto incontrerò Ada Colau, sindaca di Barcellona. Continueremo a tessere reti di comunità, di città-comunità, mentre gli altri costruiscono Stati-nazione e ritornano ai nazionalismi, non ci interessano le chiusure a riccio. Siamo per l’autonomia ma di apertura. Non siamo quelli delle espulsioni né delle rigidità formali e dei nazionalismi. Senza ambiguità.

A chi si riferisce quando parla di ambiguità?
Penso a tante ambiguità, come quelle dei 5 stelle che su alcuni temi, come sui migranti e sui Rom, continuano ad averne. La nostra concezione è veramente solidaristica, di globalizzazione dei diritti e delle persone, in cui si possa costruire l’Europa dei popoli. E quindi costruire ponti anche con città dell’Est e mediorientali. Crediamo in un mondo che riparta dai suoi abitanti e dai suoi territori.

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