C’è molta confusione sotto il cielo e il compito della sinistra, che un tempo si considerava il sale della terra, è di sfrondare tale confusione e di svelare – come Foscolo diceva di Machiavelli – di che lacrime grondi e di che sangue.

Il terrorismo, per prima cosa, che colpisce in una discoteca di Parigi, all’aeroporto di Istanbul e in un ristorante a Dacca. Di sicuro è terrorismo islamico. Quando i kamikaze ammazzano e si ammazzano lo fanno nel nome di Allah. Ma è l’islam il responsabile delle loro nefaste azioni? Direi che ne è la prima vittima. Mentre in Bangladesh venivano scannate 20 persone e 9 erano italiani, a Baghdad una bomba faceva 200 morti, e 25 almeno erano bambini sciiti. Islamici sunniti contro musulmani sciiti. E ora la frustrazione per le sconfitte subite sul campo, tra Siria e Iraq, porta Daesh a colpire l’ex alleato Erdogan e persino l’Arabia Saudita, Paese la cui dinastia regnante ha stretto il patto del diavolo con Al Wahhab, teorico settecentesco di quella versione semplificata, misogina, settaria e medievale del Corano che da decenni arma i terroristi. Wahhabiti contro wahhabiti. Quando da noi, da Fallaci a Le Pen, si insiste sulle colpe dell’Islam, in realtà si vuol coltivare l’illusione che sia possibile ergere un muro a protezione della civiltà giudaico-cristiana e che a noi convenga che i musulmani si scannino tra loro. Invece è proprio per scannarsi tra loro e regolare i loro conflitti di potere che i terroristi islamici ci prendono in ostaggio.

I ragazzi, con buoni studi e soldi in tasca che hanno ucciso barbaramente a Dacca, volevano che la strage facesse notizia e che la notizia colpisse al volto le loro stesse faniglie, i clan islamici che controllano nel Bangladesh sia governo che opposizione, comunque corrotti e autoritari. La guerra santa è una anti mondializzazione radicale, che sostituisce diritti e libertà con l’obbedienza assoluta a dio e al califfo. Penetra nelle madrasse come nelle università e pretende di essere la spada che taglia i regimi corrotti. Al tempo stesso è un prodotto universale, felicemente mondializzato. L’annullamento di sé nella causa, l’istinto distruttivo, la rinascita in una nuova fede possono animare uno studente modello a Dacca, un omosessuale irrisolto a Orlando, un francese figlio di immigrati a Saint Denis. Se non rompiamo coi regimi islamici corrotti, da sempre strumento del nostro potere, se non proviamo a guarire le nostre società, dovremo convivere a lungo col terrorismo islamico. La sinistra questo dovrebbe capirlo. La destra continuerà a ringhiare, a mettere in questione libertà e diritti, poi rimuoverà, per tornare a piangere morti e stragi.

L’economia, come seconda questione. Ormai dovremmo sapere che il problema non è la lumga crisi, ma la ripresa anemica. Una ripresa che non promette lavoro stabile ai più giovani, non dà fiducia al ceto medio e accresce le disuguaglianze, con gruppi troppo ristretti che fanno sempre più denaro con il denaro, e file interminabili di donne e di uomini che, a ragione o a torto, temono di dover stare peggio domani. Ripetere “ca va mieux” come fa Hollande o mettersi a gridare che è diminuito il lavoro precario grazie al Jobs act, come ha fatto Renzi parlando alla direzione del suo partito, è assumere un comportamento irrazionale e impotente. Lo stato quasi comatoso dei socialismi europei, non dipende dalle divisioni a sinistra, ma dalla mutazione in corso nell’economia capitalistica e dal fatto che la Terza Via ha rinunciato all’idea che si possa cambiare lo stato presente delle cose. No, per Hollande, Renzi, Sanchez si può solo ottimizzare, lucrare qualche vantaggio dentro i margini ristretti che il potere dispotico del capitale finanziario lascia agli Stati.

La democrazia, in terzo luogo. Per quasi mezzo secolo si è nutrito un modello di partecipazione che divideva la cittadinanza attiva in due campi, uno convinto che bisognasse abbattere le disuguaglianze (e lì stavano in buon numero operai e dipendenti), l’altro che bisognasse lasciar correre liberi i piu abili e fortunati (ipotesi da sempre gradita a imprenditori e possidenti). In mezzo, al centro, il ceto medio che intendeva l’una e l’altra sirena, e che, scegliendo, moderava – o avrebbe dovuto moderare – sia l’uno che l’altro campo. Ma se la politica rinuncia a cambiare e può solo ottimizzare, se le disuguaglianze crescono e l’ascensore verso l’alto rallenta, entrambi i poli finiscono per trovarsi in pancia pulsioni diverse: una folla che teme di essere trascinata in basso dai più poveri e dagli immigrati, che chiede protezione mentre nutre invidia o rancore per chi ha troppo, per chi decide, e sta in alto. Davanti all’impotenza (e alla rinuncia) delle élites nazionali sia della destra che della sinistra, questa folla coltiva progetti separatisti, spera nel potere più vicino, o corre verso un nuovo polo né di destra né di sinistra, una lega dei giusti e degli arrabbiati e dei deprivati (non importa se la privazione sia materiale o culturale o anche solo immaginaria). Se bipolarismo e alternanza irretivano la lotta di classe, il frantumarsi delle identità mischia le carte, libera lo scontento popolare e proietta il governo in un’area tecnica, fuori dalla portata di qualsivoglia controllo democratico.

Quarto, le riforme. I cultori della democrazia governante liberano le leggi maggioritarie dal fardello della cultura e della storia del Novecento. Non importa – sostengono – che lo scontro non sia più fra tory e labour, socialisti e popolari, democratici e repubblicani: l’importante è che alla fine uno solo vinca e governi. Follia, delirio vano è questo! Se, come è probabile, nel Paese europeo con la Costituzione più organicamente maggioritaria, e cioè in Francia, Marine Le Pen andasse al ballottaggio, lo scontro finale opporrebbe un candidato del sistema a uno anti sistema. Sarebbe la replica della Brexit. Chiunque vinca, l’altro non gli riconoscerebbe legittimità e ancora meno gliela riconoscerebbero i supporter dell’altra famiglia storica, ghigliottinata già al primo turno. Avverrebbe lo stesso con l’Italicum. Con l’aggravante dei deputati imposti agli elettori in quanto capolista e di quelli promossi in Parlamento dal premio di maggioranza conquistato dal loro leader.

Mondializzazione e anti mondializzazione terrorista. Ripresa senza occupazione e crescita delle disuguaglianze. Paura degli immigrati e riflesso identitario, nazionale ma anche regionale. Sfiducia nei mercati, nella politica, nel futuro. La destra può tenere insieme tutto ciò in un unico fascio? Si è visto che può riuscirci nel voto. Ma per ora il capitale non la segue. Non si vedono per fortuna i Krupp, grandi industriali tedeschi che appoggiarono Hitler. Al contrario, chi ha chiesto ai britannici di votare Leave per restaurare l’impero si trova ora con il Palazzo imperiale, la City londinese, che studia sinergie col palazzo nemico, a Francoforte. E la sinistra? Può una sinistra, lasciati al loro destino i cantori della Terza Via, puntare su movimenti e forze anti sistema, organizzare la disobbedienza sociale, rifiutare ogni compromesso con la casta, fino a far emergere un nuovo modello di società e una diversa forma di democrazia? Sarebbe un lavoro di lunga lena, una prospettiva di non breve periodo. Credo di capire che a questo pensino Carlo Galli, che ne scrive su Left, e Walter Tocci, quando chiede che si torni al mutualismo e alla fase germinale del socialismo. Un tale impegno si può coniugare con la lotta a ogni ipotesi (ingannatrice) di democrazia governante, spostando l’attenzione sul tema della rappresentanza e – perché no? – anche proponendo il ritorno a leggi elettorali proporzionali.

Mi preoccupa, tuttavia, la mancanza di un soggetto sociale in grado di addensare questo lavoro, di un vettore per le idee e le esperienze innovatrici. Oggi i movimenti e la sinistra sociale si concentrano di volta in volta su un aspetto, fanno lobby per portare a casa qualche risultato, usano settori del capitalismo sensibili a quel mercato. Mentre la sinistra politica naviga, come può, nelle istituzioni e si ricorda, quando può, del sociale. Anche la contraddizione tra queste due sinistre è figlia della crisi. Mi sembra che Pablo Iglesias abbia scelto un’altra linea. Quella difficile della congiunturalità politica, trasformarsi per puntare al governo in Spagna e da lì cambiare l’Europa. Troppo in fretta. Non è riuscito a portarsi dietro tutto quel che serviva. Ma mi chiedo se non sia la strada.

Questo articolo lo trovi su Left in edicola dal 9 luglio

 

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