Micah Xavier Johnson, saluta con il pugno chiuso, soldato in Afganistan e cecchino nero di poliziotti bianchi a Dallas. Non è l’erede del Black Panther Party for Self-Defence, che nacque mezzo secolo fa e di cui tutti seppero nel 1968, quando Tommie Smith e John Carlos vinsero a Città del Messico la gara dei 200 metri e, immobili sul podio, alzarono al cielo il pugno ricoperto da un guanto. Semmai l’erede, inconsapevole, delle Pantere Nere è Diamond Reynolds, la donna che accende il telefono connesso a Facebook e per 8 minuti mostra in diretta la morte del boyfriend, Philando Castile :You told him to get his ID, sir, his driver licence. Oh my god, please don’t tell me he’s dead… he’s just went like that… “Tu gli hai detto di prendere i documenti e il libretto di circolazione, signore. Dio mio, non dirmi che è morto, in questo modo!”. L’autodifesa della gente nera, dall’incubo dell’odio razziale che riaffiora con la crisi e inghiotte la gente bianca in divisa, è uno smartphone. È la rete che diffonde immagini e testimonianze. È la freddezza di Daimond, con la figlia seduta dietro.
Micah invece è il sintomo. Somiglia a Omar, l’uccisore di gay a Orlando, somiglia ad Amedeo, l’ultrà che a Fermo ha ucciso Emmanuel scampato a Boko Haram, somiglia a Nibras Islam, il ragazzo di “buona famiglia” che a Dacca si è trasformato in torturatore di italiani. Costoro trovano al mercato le ragioni per odiare, si trasformano in protagonisti dell’odio, lasciano dolore in terra ma per un giorno vengono assunti nel cielo della mondializzazione mediatizzata. Quello che sta accadendo in America è terribile e ci dice tutto della condizione che viviamo. Mezzo secolo dopo il 66 del Black Panther, ora c’è una borghesia nera negli USA, che alle primarie democratiche ha votato per il candidato dell’establishment, Hillary Clinton. E c’è un presidente nero. Ma la crisi ha scovato un fossato incolmabile: «L’operaio della General Motors 15 anni fa era classe media -dice De Benedetti al Corriere- tecnologia e e globalizzazione l’hanno espulso dal posto di lavoro, ridotto a cameriere da Starbucks o a fattorino per Amazon”. “Nel 2002 -porsegue- lo 0,01% degli americani più ricchi guadagnavano a testa 700 mila dollari; oggi guadagnano 21 milioni”. Ma la crisi finanziaria, un’enorme nuvola di crediti non esigibili, “aleggia sopra di noi e determina scossoni finanziari e minacce di tuoni e fulmini”, ancora De Bendetti. Nasce “la ribellione contro le elites”. Aggiungo: la delegittimazione delle elites (e la paura di essere rimasti senza guida) fa emergere dall’inconscio dell’umanità incubi spaventosi: il razzismo e il nazionale socialismo, il ritorno al medioevo dell’islam wahhabita, l’omofobia, il femminicidio, la paura atavica mista a disprezzo per il nero, dei poliziotti bianchi in un paese governato da un nero.
Sarà Renzi il Fassino d’Italia? Questa domanda, posta nella (stra)citata intervista di De Benedetti, corre ormai di bocca in bocca tra imprenditori, banchieri, e politici. In un sistema tripolare “al ballottaggio i secondi e i terzi arrivati si alleano contro il primo. Non è politica; è aritmetica”. 113 deputati del Pd su 181 sentiti dal Corriere vogliono cambiare l’Italicum”. Le elites vogliono che quella legge sia cambiata e subordinano al cambiamento un loro Sì alle, pur sgangherate, riforme costituzionali. Lo aveva annunciato Scalfari, lo ripete De Benedetti. Ma cambiarla sarebbe segno evidente di debolezza: mostrerebbe la paura che ormai domina a Palazzo Chigi. Ottenere il Sì dopo una tale fellonia sarebbe assai difficile (come abbiamo visto il “popolino” tende a non votare come le elites). Ecco che si parla di rinvio, di spacchettare i quesiti, di togliere al referendum ogni alea che ne faccia un giudizio pro o contro Renzi. Sapete che vi dico? A Palazzo Chigi non c’è più Matteo. È tornato quello che Draghi definì “pilota automatico”. E ci resterà. A meno che non si voti. A meno che Renzi non preferisca la bella morte piuttosto che ridursi a un fantasma. Da rottamatore a premier imbalsamato.

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