Il dittatore. “Ha travolto il regime impotente o corrotto, ha cacciato gli uomini indegni o incapaci e con loro le leggi o i costumi che producevano l’incoerenza. Fra le cose dissolte, la libertà. Molti si rassegnano facilmente a questa perdita”. Questa elegante descrizione della “dittatura (che) non fa che “portare a compimento il sistema di pressioni e di legami di cui i moderni, nei Paesi politicamente più liberi, sono le vittime più o meno consapevoli”, è di Paul Valery e la ripropone Eugenio Scalfari per parlare ancora di Matteo Renzi. A Scalfari, come a De Benedetti, la dittatura renziana pare accettabile (e conveniente) sullo scenario europeo, incongrua e pericolosa per le sue ricadute nella politica nazionale. Il consiglio che il fondatore di Repubblica dà a Renzi è quello che gli ha dato De Benedetti, lo stesso che forse gli darebbe Draghi: “prolungare la data del referendum e mettere subito mano alla legge elettorale”.

Calati junco chi passa a china. L’ex decisionista, l’ex rottamatore, l’ex nemico dei “poteri forti” ora sembra chinarsi, proprio come consiglia il proverbio di mafia. Sempre Repubblica: “Referendum, Renzi apre: io non direi no allo spacchettamento”. E sull’Italicum: “Se c’è una maggioranza, lo modifichi”. Spacchettare i quesiti referendari è una proposta dei radicali: non si voti Sì o No alla modifica di 47 articoli della Costituzione, ma si possa scegliere su più domande. Sul piano politico ciò annullerebbe la personalizzazione, rendendo vana la minaccia dell’ex decisionista “se perdo vado a casa”. Ma come spacchettare il referendum? Si potrebbe chiedere per esempio: vuoi che la fiducia al governo spetti a una sola camera? Vuoi ridurre il numero dei parlamentari? Domande che, se non ci guardi dentro, meritano un Sì. Poi un quesito sul modo di elezione dei Senatori e uno sui referendum depotenziati. No, probabili. Infine, sul trasferimento di poteri dalle regioni allo stato. Ni. Dopodiché la riforma sarebbe ancora più incoerente e andrebbe di nuovo corretta. Ma il governo sarebbe salvo.

Salvare il soldato Renzi! A che prezzo? “Nel giro di un anno e mezzo – scrive il (quasi) renziano Sergio Chiampariano- il Pd è passato da essere considerato il partito del rinnovamento al simbolo dell’establishment. Avvitarci su spacchettamenti e leggi elettorali, dà solo l’impressione che noi vogliamo discutere principalmente delle leggi che riguardano il destino personale dei politici. Non mi appassiona”. Così la tattica di governo (fotografata oggi, domenica 10 luglio) sembra questa. Fare i buoni, mostrarsi disposti a cambiare la legge elettorale ( a condizione che le minoranze lo voglio e trovino un accordo), dirsi disponibili a de-potenziare il voto referendario. Tutto ciò per chiedere, per implorare tanti Sì, nel caso (probabile) si finisca per votare su di un unico quesito. Un Sì, non per Renzi ma per “evitare un Brexit italiano”, come dice lo stesso Chiamparino. Naturalmente se vincesse il Sì si dovrebbe poi trattare con il “dittatore” (secondo Scalfari) semi rinsavito, se vincessero i No, del rottamatore si potrebbe fare a meno. Questa è la politica, di questo si discute in Italia.

Nè studiano né lavorano. Dario Di Vico ci dice, sulle pagine del Corriere, che 2milioni e 300mila ragazzi non studiano e non lavorano, sono NEET. In realtà racconta di un mondo assai ricco di umanità e di risorse, che si adopera da volontario e soccorritore, da baby sitter, o dà lezioni. Una vera risorsa per il paese. La politica dovrebbe proporgli di costruire, anche partendo da tali, frustranti, esperienze, un futuro migliore. Si può: cambiando il timone. Puntando sullo sharing, dando ai giovani che si sbattono per fare un contributo pubblico che permetta loro di nutrire un progetto, organizzando un’edilizia pubblica che gli permetta in qualche mododi uscire da casa, costruendo banche etiche che gli prestino danaro da rimborsare (a tassi bassi) quando finalmente otterrano qualcosa che somiglia a un salario.

L’unificazione dell’Europa è stata fatta nell’interesse della Repubblica Federale. Ci voleva un tedesco, Jürgen Habermas, per dirlo (al Corriere). E la Merkel, prosegue il filosofo. ”ha una sola idea: restiamo fermi. Con questa leadership, Merkel Schauble, l’Europa è finita. Perciò non sono d’accordo con Scalfari e De Benedetti quando promuovo il Renzi attore sullo scenario europeo. Penso che sia indispensabile allearsi con Tsipras, cercare Iglesias, chiedere a Sanchez (socialista spagnolo) di non appoggiare Rajoy, dialogare con Corbyn che non è stato ancora fatto fuori (anzi il Labour non ha mai avuto tanti iscritti dai tempi di Blair), scuotere i socialisti francesi e costruire un’alternativa alla leadership tedesca. Osare, per con trovarsi a subire il tracollo dell’Unione, dell’Euro e della BCE, dell’Europa.

Tempesta perfetta. La strage di Dallas fa pensare a molti poliziotti bianchi di non avere tutti i torti quando sparano su ogni nero che si muova. Il filmato di Diamond convince molti neri che è venuto il tempo di difendersi e di smettere di subire. Una volta scrissi che Obama era l’esecutore testamentario dell’imperialismo americano. Lo ha svolto con onore questo ruolo, dalla visita a Cuba all’apertura di credito all’Iran, alla riforma sanitaria. Ma il mondo corre. Gli stati finanziano le banche, il ceto medio ha smesso di sognare, i giovani restano senza lavoro, l’università costa troppo, il poliziotto frustrato odia il povero e teme (odia) il nero, i neri e le donne, (che fanno fatica a sbarcare il lunario) non si riconoscono più nei successi della borghesia nera né nel suo sogno di Hillary di diventare la prima presidente. Il mondo cambia, la crisi del capitalismo democratico è ormai evidente. Accettare la sfida o subirla. This is the question. Io sono per accettarla, non mi sento più pazzo dei “realisti”.

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