Suona la campana per il Monte dei Paschi di Siena. La banca dovrà essere salvata con soldi pubblici (una volta si sarebbe detto “nazionalizzata”). Troppo forte è il rischio che il suo fallimento provochi altri fallimenti, innescando una reazione a catena che tutto potrebbe far saltare. Si discute sulle modalità del salvataggio. La Stampa auspica “Un fondo europeo per le banche”. Una cosa grossa, 150 miliardi netti, una proposta che aiuterebbe MPS ma arriva da Deutsche Bank, colosso tedesco che ha in pancia una gran quantità di derivati finanziari. In realtà un fondo cui attingere ci sarebbe già ed è il fondo salva stati, soldi pure nostri di cui si servirono gli spagnoli per le loro sofferenze bancarie, ma il governo italiano resiste perché non vuole i controlli occhiuti sulle sue finanze cui il ricorso a quel fondo lo esporrebbe. Così propone: paghiamo noi italiani ma via il bail in. La regola europea, sottoscritta da Letta e Renzi, prevede che paghino prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti, quindi i correntisti con oltre 100mila euro e che solo dopo possa intervenire lo Stato. Purtroppo, come spiega il Corriere, “Obbligazioni subordinate del Monte dei Paschi per complessivi 5 miliardi sono in mano a 60mila piccoli risparmiatori (2,1 miliardi rappresentati dal bond con taglio minimo da mille euro rifilato alla clientela per finanziare l’acquisto di Antonveneta) e a vari investitori istituzionali (circa 2 miliardi). Un mix che potrebbe scatenare il panico in caso di bail-in”. Renzi non vuol pagare il prezzo politico che ne deriverebbe, perciò chiede un’esenzione dal bail in. D’altra parte, osserva Fubini: “evitare in pieno o in larghissima parte il colpo di falce sui creditori di Mps renderebbe Merkel vulnerabile agli attacchi dalla destra in Germania; Alternative für Deutschland accuserebbe la Cancelliera di permettere che l’Italia demolisca le regole europee scritte a tutela della disciplina e del denaro dei tedeschi”.

Il futuro incerto del premier. È il titolo di una accurata analisi svolta da Ilvo Diamanti per Repubblica. Il sondaggio Demos dice che oggi 37 italiani su 100 voterebbero Sì al referendum costituzionale, 30 No. Ma tra quelli sicuri di votare lo scarto si riduce: 38 Sì, 35 No. Inoltre da febbraio a oggi i Sì sono in caduta libera, da 50 a 37, i No in crescita, da da 24 a 30. Interessanti le risposte alla domanda: voterai sì o no in base al giudizio su Matteo Renzi? Fra tutti gli intervistati, a febbraio rispondevano che avrebbero votato al referendum per sostenere o non sostenere Renzi ben 50 sondati, oggi solo 37. Inoltre l’effetto Renzi agisce più su quelli intenzionati a votare Sì (il 53%), che tra i fautori del No, nel cui campo appena un 27% si orienta ha l’intenzione, dicendo No, di punire il premier. Insomma, più si va avanti, più italiani si convincono che queste riforme non vanno bene e che sono in definitiva un’imposizione del governo che vuole legittimarsi. “Renzi ha politicizzato un referendum anti politico”, Diamanti spiega così l’errore madornale fatto da Renzi quando – anche per spostare l’attenzione dal voto amministrativo – ha legato la vittoria del Sì al sorte governo e al suo stesso futuro politico. Prima aveva presentato le riforme coma la rottamazione della vecchia politica (ricordate? “Senatori che perdono tempo per non perdere la poltrona”), poi ne ha fatto il baluardo della sua politica. Certo il Machiavelli di Rignano voleva rottamare la “vecchia” politica e ottenere un plebiscito per la “sua” politica. Ma nell’immaginario collettivo la sua è ormai la politica e non appare così diversa dalla vecchia. “Dopo aver puntato in modo intransigente sul referendum per auto legittimarsi – conclude Diamanti – il premier cerca oggi di “sopravvivere” al referendum stesso. Il cui esito appare sempre più incerto. E problematico. Così Renzi, da un lato, pensa ad allontanare la data del voto. Dall’altro, contrariamente al passato, appare disponibile a “spacchettare” i quesiti del referendum, per isolare i temi più critici. Ma, in questo caso, Renzi, premier e segretario del PDR, che ambisce al ruolo di Riformatore di una nuova Repubblica, rischia di “spacchettare se stesso”.

L’America allo specchio, la Francia pure. Un presidente nero e i neri costretti a difendersi dalla minaccia della polizia. I poliziotti che sparano per primi – molto spesso a sproposito – ma in un mondo dove tutti possono portare un’arma da guerra, tutti possono rappresentare una minaccia, e dove l’uomo nero, virile, infedele, impulsivo – così è ancora nell’immaginario sessuale (?) e razzista (?) americano – rappresenta la minaccia più pericolosa. Torna, dunque, l’antico cleavage razziale. In verità non credo: oggi ci sono tanti giovani bianchi che condividono la battaglia del Black lives matter. O, se preferite, sono i neri che condividono la battaglia di tanti giovani bianchi contro le elites al comando, contro la polizia che brutalmente difende un ordine ingiusto, contro le disuguaglianze. Questa rivolta razziale viene dopo la frattura tra l’alto e il basso, dopo che è riaffiorato negli States il conflitto di classe. Non lo trovate tanto nei discorsi dei leader (ma poi chi sono i leader?) questo mescolarsi di temi e problemi, quanto nelle cose semplici che poliziotti incazzati o pentiti, donne nere, bianchi poveri e neri ribelli si stanno dicendo sui social, per le strade, in televisione. L’America freme di rabbia ma comincia a guardarsi dentro. Anche in Francia sta per succedere. Vedete, dopo la marcia della maggioranza silenziosa sugli Champs Élysées, dopo aver De Gaulle fatto sentire “rumor di sciabole”, dopo che i sindacati avevano firmato un accordo sindacale, la Francia andò in vacanza per il primo lungo ponte d’estate e dimenticò il maggio ’68. Venti anni prima l’Italia andò in estasi per la vittoria di Gino Bartali al Tour de France e dimenticò l’attentato a Togliatti e la campagna di odio anti comunista (e anti sindacale) della chiesa di Pio XII. Ma il Portogallo, senza Ronaldo, ha battuto les blues. Stavolta la dea estate non salverà la politica elitaria e anti popolare dell’ultimo Hollande.

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