Lo scontro tra le forze governative e gli ex ribelli è esploso domenica, ad appena ventiquattro ore dai festeggiamenti per il quinto anniversario dell’indipendenza dal Sudan. Le vittime accertate finora sono 227 e 33 sono i civili.

Le violenze nel piccolo Paese dell’Africa orientale hanno avuto origine venerdì, in occasione di un incontro tra il presidente Silva Kiir e il suo oppositore Reik Machar. Dopo una breve tregua nella giornata di sabato, in occasione delle celebrazioni, le ostilità sono riprese domenica 10 luglio: secondo le ricostruzioni fornite dalla stampa internazionale e le dichiarazioni dalle Ong sul territorio, colpi d’artiglieria pesante sono stati avvertiti domenica nella capitale Juba. Mentre gli elicotteri dell’esercito sorvolavano i cieli della città.

 

Nel timore che si potesse riaccendere lo scontro tra lealisti e ribelli, scontro che portò a circa 50mila vittime e oltre 1,5 milioni di profughi tra il 2013 e il 2015,  la popolazione ha iniziato a scappare. Colpito, durante gli scontri, anche uno dei campi profughi allestito dalle Nazioni unite, che si trovano in missione in Sud Sudan dal 2011 e che in un comunicato hanno condannato duramente l’accaduto: «Questa violenza insensata è inaccettabile e ha il potenziale di incrinare il processo di pace intrapreso», ha detto il segretario generale Ban Ki Moon, rivolgendosi direttamente a KiirMachar e chiedendo l’impegno per il cessate il fuoco.

— UNMISS (@unmissmedia) 9 luglio 2016

Il rischio è che in Sud Sudan si possa tornare all’anno 2013, a quando ad appena due anni dall’indipendenza, il Paese appena nato entrò in guerra con se stesso. All’epoca il presidente Kiir accusò Machar, suo vicepresidente, di aver pianificato un colpo di Stato facendo così esplodere lo scontro armato tra le fazioni a lui vicine e quelle alleate al suo oppositore. Alle radici politiche della guerra civile, poi, si sono  intrecciate quelle etniche: Kiir è discendente della tribù Diinka, mentre il suo oppositore è un Nuer. E le ostilità tra le due tribù hanno amplificato il conflitto, trasformandolo in un bagno di sangue arginato soltanto nell’agosto del 2015 con la ratifica del trattato di pace.

Se gli effetti della guerra civile hanno pesato duramente sullo sviluppo nazionale – rallentando la costruzione delle infrastrutture e il decollo dell’economia del Paese – a subirne le conseguenze, però, è stata soprattutto la crisi umanitaria che non cenna a fermarsi: sono oltre 2mila i profughi che in questi giorni hanno trovato rifugio nei campi dell’Umiss, la missione delle Nazioni unite in Sud Sudan.

Intanto, Salva Kiir e Riek Machar provano a lanciare un gesto distensivo, e si appellano «alla calma».

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