L.O.V.E.: libertà, odio, vendetta, eternità. O, come meglio noto, “Il Dito” di Maurizio Cattelan. Proprio lì, al centro di Piazza Affari a Milano. Proprio di fronte a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa. Gli undici metri della scultura rappresentano una mano intenta nel saluto fascista con tutte le dita mozzate tranne il dito medio, che ieri è diventato una “I” per dire StopTtip. La trovata – riuscitissima a giudicare dal tam tam mediatico – arriva in vista dell’apertura, oggi 11 luglio, del 14esimo tavolo di negoziato per il Trattato transatlantico per il libero scambio. «La cartolina di auguri per la ripresa dei negoziati sul Ttip vuole augurare ai negoziatori che si troveranno a Bruxelles di trovare il coraggio di prendere atto del fallimento di un progetto che non fa gli interessi dei cittadini ma solo quelli dei potenti della finanza», commentano dalla Campagna.

Via al 14° round, a Bruxelles per una settimana. A che punto sono i negoziati? Sarà per l’esito del referendum su Brexit, sarà per via delle campagne elettorali che incombono (si vota negli States e in Francia, per esempio), ma non si contano più i passi indietro sul Ttip: dagli Usa – con tutti i candidati alle presidenziali, da Trump alla stessa Clinton – alla Francia – «Posso dirvi francamente che non ci può essere un accordo sul trattato transatlantico», ha detto il primo ministro Valls – l’utilità dell’accordo di libero scambio viene messo in discussione. Persino il ministro dello Sviluppo economico della fedele Italia, Carlo Calenda, ammette: «Il Ttip secondo me salta». Ma per il momento i negoziati continuano, il mandato dei negoziatori non è cambiato e l’obiettivo resta quello di «riuscire a chiudere prima della fine dell’amministrazione Obama».

Mentre ci si sforza per portare a casa entro il 2016 questo «regalo per la finanza», come lo chiamano gli oppositori del Ttip, l’Europa pensa a un fondo salva banche. In Italia è ormai certo che il Monte dei Paschi di Siena dovrà essere salvato con soldi pubblici. E – come prevede la clausola del bail in – a pagare saranno prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti, poi i correntisti più ricchi e infine gli Stati. Nel caso di Mps, le obbligazioni subordinate, «per complessivi 5 miliardi – riporta il Corriere – sono in mano a 60mila piccoli risparmiatori e a vari investitori istituzionali. Un mix che potrebbe scatenare il panico in caso di bail-in». Il fallimento di Mps, insomma, comporterebbe un rischio troppo grande per tutte le altre banche. Allora meglio salvarne una per salvarle tutte. Non a caso la tedesca Deutsche Bank propone un fondo europeo di 150 miliardi netti.

 

Intanto, una notizia arriva e passa stranamente in sordina: l’ingresso dell’ex presidente (in carica dal 2004 al 2014) della Commissione Ue, Manuel Barroso, nel colosso statunitense Goldman Sachs. L’ex capo dell’Esecutivo europeo alla guida (sarà presidente non esecutivo) di una delle più grandi banche d’affari al mondo. Nei posti di comando il libero scambio è già realtà.

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