Prima vengono i vertici internazionali e le trattative con l’Europa, evidentemente. Ma questa è anche la settimana del voto sulla legge sugli Enti locali, in Senato. Ed è quindi una settimana complicata, perché i numeri al Senato, per il governo, – in periodo estivo soprattutto – sono sempre un po’ una scommessa. E lo sono anche se le pressioni degli alfaniani sembrerebbero in parte rientrate. Schifani, indicato come il capo dei frondisti, ha detto che non ci sarà nessuno sgambetto, e Matteo Renzi gli crede (perché crede in particolare che Alfano non abbia alcuna voglia di lasciare il ministero, né abbiano voglia i molti sottosegretari di Ncd). «L’appoggio esterno non avrebbe senso» dice anche Maurizio Lupi a proposito della proposta lanciata – tra gli altri – da Roberto Formigoni, che vorrebbe lasciare maggioranza e governo, tenendo però un piede dentro (e viva la legislatura). Ma l’ex ministro, pensando alla legge elettorale, aggiunge anche: «Però fermiamo i listoni unici». Le pressioni sull’Italicum, dunque, non sono certo finite. Proseguiranno tutta l’estate e arrivano non più solo da dentro il Pd e da sinistra, ma anche dalla maggioranza di governo, qualche renziano compreso.

È per questo che Matteo Renzi sta cambiando toni, tanto sulla legge elettorale appena entrata in vigore ma già riformabile (se converrà farlo e – è la linea di Guerini – se le camere daranno impressione di farlo in autonomia) che sulla campagna referendaria. Che resta campale, che resta una questione di principio su cui dividere il mondo in innovatori e conservatori, ma su cui si può immaginare una qualche apertura. Almeno di metodo, almeno per disinnescare un’eventuale sconfitta.

Renzi ha già detto che se perde non lascia certo la segreteria del partito («Lascio la politica», aveva detto all’inizio) ma siccome i sondaggi non sono così buoni (per Repubblica i “sì” sono solo di poco avanti) vuole ulteriormente svelenire il clima (per vincere, sia chiaro): le voci sono contrastanti, ma da qualche giorno si parla addirittura della possibilità di spacchettare il quesito referendario. Che sarebbe cosa buona e giusta, ma permetterebbe soprattutto a Renzi di avere qualche vittoria sicura, tipo sul quesito sul nuovo Senato, ottima da rivendicare sia sul fronte interno sia all’estero per non dire che l’Italia non fa le riforme. Si parla poi non più di ottobre ma di novembre, il 6, come data: qualche settimana in più non guasta, e si evitano i ponti. Ma vedremo, il balletto durerà ancora qualche settimana.

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