L’accorato appello di Confindustria – «Con il no al referendum costituzionale sarà recessione» – è risuonato a molti questa mattina, quando la relazione annuale del Fondo monetario internazionale ha messo il dito nella piaga della crescita debolissima dell’Italia. A quanto pare, che vinca il sì o che vinca il no, lo spettro della recessione non lascerà il Paese per altri dieci anni e la terza economia dell’Eurozona rischia di rimanere bloccata per un totale di vent’anni prima di risalire la china discendente partita con la crisi finanziaria del 2008.

La relazione evidenzia anche la fragilità del sistema bancario, che – spiegano gli esperti – se ha retto alla prima fase “finanziaria” della crisi, ora deve fare i conti con le pesanti perdite subite di recente e il governo non può fornire aiuti di Stato a istituti di credito gravati da crediti “non performing”, cioè deteriorati anche a causa della fase di stagnazione economica. Gli aiuti sarebbero lesivi della concorrenza e Bruxelles li ammette soltanto in caso di crisi acute. Le sofferenze italiane ammontano a un terzo circa di quelle dell’Eurozona, 360 miliardi di euro, ma in effetti non sono una novità. Il documento dell’Fmi registra una maggiore raccolta di danaro nel 2015, ma al contempo una patrimonializzazione ancora al di sotto della media dell’area euro.

 

Bassa produttività e scarsi investimenti, disoccupazione all’11%, debito pubblico al 133% del Pil. Questo contesto, spiega l’Fmi, limita le possibilità di governo Renzi di ricorrere a tagli di tasse o aumento della spesa pubblica per stimolare la crescita. Ne risulta un processo di ripresa non soltanto molto lento, ma anche «soggetto a rischi» a causa di un mix di minacce che potrebbero produrre effetti a catena in tutta Europa e nel mondo. Le banche, poi, sono fortemente in pericolo a causa dei ritardi nell’affrontare i problemi relativi alla «qualità dell’attivo» e alla volatilità dei mercati finanziari. Ai problemi “costituzionali” dell’Italia e ai recenti tonfi in borsa dei titoli bancari (scesi di più del 40% del loro valore di mercato), si affiancano infine le dinamiche dei mercati dovute sicuramente alla Brexit e al rallentamento degli scambi globali, che incidono sull’export. «L’afflusso di rifugiati e le minacce alla sicurezza» recita poi la relazione del Fondo mondiale, «potrebbero complicare ulteriormente le politiche».

Una foto scattata con efficacia dall’ultima copertina dell’Economist, con un baratro da cui è già caduta la Mini Cooper con la Union Jack britannica e sul cui ciglio è in bilico un autobus tricolore con la scritta “Banca” guidato da Matteo Renzi. Dopo Brexit, infatti, gli investitori si sono concentrati sui problemi del settore bancario italiano per il timore che la sua instabilità possa danneggiare ulteriormente l’Eurozona a seguito di nuovi fallimenti e un aumento delle sofferenze.

— The Economist (@TheEconomist) 7 luglio 2016

Il presidente del consiglio italiano rassicura che «un accordo compatibile con le regole attuali è assolutamente a portata di mano». La discussione in corso a Bruxelles tra ministri delle Finanze sul bail in e sul salvataggio delle banche italiane, Mps in testa, si annuncia accesa. Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, anche riferendosi al piano “salva banche” da 150 miliardi evocato dalla Deutsche Bank tedesca, ha già spiegato che a suo avviso «la facilità con cui alcuni banchieri chiedono denaro pubblico è problematica» e che «i problemi delle banche devono essere risolti dalle banche e nelle banche».

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