Niente da fare. Il governo non cede, vuole la chiamata diretta dei presidi per il trasferimento degli insegnanti, a partire dal 1° settembre. Così l’incontro di ieri al Miur con i sindacati è saltato proprio su questo punto della legge 107 che è, ricordiamo, anche oggetto di un quesito referendario abrogativo. Ed è anche la bandiera stessa della Buona scuola, come ha detto più volte il presidente del Consiglio Matteo Renzi parlando con esaltazione dei presidi manager e della scuola come azienda.

La chiamata diretta è l’essenza stessa della legge 107. «Tavolo inadeguato» commentano ieri a caldo  Cgil, Cisl, Uil e Snals, che avevano sottoscritto un accordo politico il 6 luglio con il sottosegretario Faraone. «Rottura aspra e nessun segnale di riavvicinamento», dice oggi Maurizio Lembo per i sindacati. Forse al momento di fissare su carta le modalità tecniche dell’accordo potrebbe esserci stato un intervento dall’alto? Non si sa, solo che ora è tutto da rifare e i toni trionfalistici del 6 luglio sono decisamente smorzati.

I quattro sindacati dalla loro pensavano – si illudevano? –  di aver depotenziato la chiamata diretta, adesso l’amara realtà. L’intesa prevedeva che i docenti non si sarebbero più sottoposti al colloquio con il dirigente scolastico, ma sarebbero finiti in una graduatoria d’istituto sulla base di requisiti fissati a livello nazionale. I docenti avrebbero fatto richiesta alla scuola e sulla base dei curriculum sarebbero stati scelti. Una chiamata per competenze, dunque. Tra i requisiti, master, dottorati, specializzazioni, certificazioni di corsi informatici, sperimentazioni di metodi.

Questo accordo, ricordiamo, aveva sollevato molte polemiche. In rete numerose le testimonianze di professori che hanno raccontato come l’esperienza – questa la parola chiave – di fronte a una classe serva molto di più di un attestato di informatica o di un dottorato. Stessa valutazione da parte di Gilda, il sindacato che si è sfilato dagli ultimi tavoli con il Miur proprio sul tema della mobilità. «Riteniamo che non venga adeguatamente valorizzata l’esperienza didattica dei docenti, che invece dovrebbe essere il criterio fondamentale», dice il coordinatore Rino Di Meglio. «La scelta dei requisiti non garantisce la qualità e rappresenta un atto unilaterale da parte dei dirigenti scolastici». Insomma, tutto da rifare.

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