Orrore allo stato puro, quello che troviamo in 66 pagine di rapporto di Amnesty su sparizioni e torture in Egitto. Qualche esempio terribile. Nel 2015 Islam Khalil, 26 anni, è stato fatto sparire per 122 giorni. Tenuto bendato e ammanettato per l’intero periodo, è stato picchiato brutalmente e sottoposto a scariche elettriche anche sui genitali. Una volta, negli uffici dell’Nsa, l’Agenzia per la sicurezza nazionale, della città di Tanta (a nord del Cairo), è stato tenuto sospeso per i polsi e le caviglie per ore, fino a quando ha perso conoscenza.

Una volta, un agente che lo stava interrogando gli ha detto: «Pensi di avere qualche valore? Ti possiamo uccidere, arrotolarti in una coperta e buttarti in una discarica e nessuno chiederà di te». In un’altra occasione, un secondo agente lo ha sollecitato a dire le ultime preghiere mentre gli stava somministrando scariche elettriche. Le persone che spariscono vengono prelevate in strada o in casa, da agenti armati, ma senza documentazione o mandati di arresto.

Dopo 60 giorni Islam Khalil è stato trasferito in quello che ha chiamato “l’inferno”, ossia gli uffici dell’Nsa a Lazoughly, dove sono proseguite le torture. A Lazoughly, a giudizio unanime il peggior centro di detenzione dell’Nsa, si stima si trovino centinaia di detenuti.

Il caso di Islam Khalil è uno dei 17 su cui Amnesty International ha raccolto testimonianze dirette che vengono diffuse oggi in un rapporto dal titolo: “Ufficialmente tu non esisti”, ma si stima che in Egitto le sparizioni forzate siano dalle tre alle quattro al giorno e che dalla presa del potere del generale Al-Sisi, che ha destituito il presidente eletto Morsi nel 2015, le sparizioni forzate siano migliaia. E con tutta probabilità Giulio Regeni è una delle vittime di questo metodo di lavoro delle forze di sicurezza egiziane. Che pure si ostinano a ribadire che nel Paese non c’è nessuna sparizione forzata – non parliamo neppure della verità sul caso Regeni.

Regista delle sparizioni, ideatore del metodo di lavoro, sembra essere il ministro dell’Interno Magdy Abd el-Ghaffar, già noto per il lavoro del Servizio per le indagini sulla sicurezza dello stato (Ssi), la polizia segreta dei tempi di Mubarak, smantellata dopo la cacciata dell’ex presidente e oggi rinata con il nome di Nsa.
Minorenni e familiari di attivisti non sfuggono alle torture e alle sparizioni: Mazen Mohamed Abdallah, fatto sparire quando aveva 14 anni, è stato ripetutamente violentato con un bastone di legno per estorcergli una falsa “confessione”.

Aser Mohamed, stessa età, è scomparso per 34 giorni durante i quali è stato picchiato, colpito con scariche elettriche su tutto il corpo e sospeso per gli arti. Alla fine è stato portato di fronte a un procuratore che, quando questi ha detto che la confessione gli era stata estorta, lo ha minacciato di nuove scariche elettriche.

Le testimonianze e i segni di tortura gettano nuova luce – se ce ne fosse stato bisogno – sulla vicenda di Giulio Regeni: molti dei segni lasciati sui corpi dei torturati nelle prigioni dell’Nsa sono infatti simili a quelli trovati sul corpo del dottorando sparito e ritrovato morto a il Cairo. La mancanza di trasparenza e il fatto ce l’Egitto neghi l’esistenza delle sparizioni forzate, rendono più probabile e verosimile che Giulio sia stato vittima di un rapimento simile. Alcune fonti, ricorda Amnesty, parlano di un prelevamento avvenuto assieme a un cittadino egiziano non identificato.


 

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«Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità» – ha dichiarato il direttore del programma Medio Oriente di Amnesty, Philip Luther, aggiungendo – «Le autorità egiziane si ostinano a negare l’esistenza del fenomeno. Noi denunciamo non solo le brutalità cui vanno incontro gli scomparsi ma anche la collusione esistente tra le forze di sicurezza e le autorità giudiziarie, il cui ruolo è quello di mentire per coprire l’operato della sicurezza o non indagare sulle denunce di tortura, e che in questo modo si rendono complici di gravi violazioni dei diritti umani».

Anche Human Rights Watch ha denunciato pratiche simili, parlando di una serie di ragazzini, prelevati, torturati e poi fatti sparire, nell’aprile scorso ad Alessandria. Molte testimonianze raccolte anche in quel caso, segno che l’orrore egiziano è quotidiano.

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