A Philadelphia, alla fine del mese, sul palco della convention democratica ci sarà qualche oratore brillante e popolare. Non sappiamo esattamente bene chi e quando, ma un primo elenco ce lo abbiamo già: Hillary Clinton, Joe Biden (che è un battutista di prima grandezza), Bernie Sanders, Bill Clinton, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, campionessa della sinistra e tra le aspiranti vice presidente, Julian Castro, la faccia giovane dei latinos d’America che ha il difetto di non parlare spagnolo. E poi il miglior oratore su piazza: il presidente Obama. A questi, come sempre, si aggiungeranno figure locali, testimonial d’eccezione, star dello show-business e dello sport. Ogni comunità, ogni famiglia politica del partito e della sinistra americana avranno spazio. E la sinistra-sinistra avrà un trattamento speciale grazie alle trattative tra Bernie e Hillary e al ruolo cruciale di Elizabeth Warren.
Se paragoniamo questo parterre de roi con la lista diffusa dal partito repubblicano, il partito che candida Trump fa quasi pena. Il vicepresidente, secondo indiscrezioni sarà Mike Pence, governatore dell’Indiana che non aveva sostenuto Trump alle primarie. La notizia circola da pochi minuti. Pence, scherzavano alcuni, ha fatto di tutto per essere scelto dopo aver scelto Ted Cruz alle primarie perché, scherzano alcuni, è fortemente a rischio di non essere rieletto governatore a novembre. L’Indiana è in parte conservatore, e l’elettorato repubblicano lo è molto (35% di religiosi): la scelta è caduta su Cruz proprio perché Pence cercava il sostegno degli evangelici come governatore a novembre. Ora non avrà più questo problema. Avrà invece il problema di spiegare ai cronisti le frasi dette sull’impreparazione di Trump a fare il presidente.

Pence copre Trump a destra, ma, sembra, è uno che tende ad avere toni meno sopra le righe. Sebbene si sia lasciato andare a dichiarazioni altrettanto controverse di quelle di TheDonald. A differenza di quello che sarà il candidato presidente, il governatore dell’indiana è duro su ogni questione che riguarda i diritti LGBT ed ha sostenuto che occorresse interrompere i finanziamenti a «gruppi che contribuiscono alla diffusione dell’Aids». Da rappresentante dell’Indiana in Congresso, il vice di Trump ha votato per la guerra all’Iraq, si è opposto all’accordo con l’Iran e alla chiusura di Guantanamo. Sull’immigrazione ha presentato una proposta di riforma che prevedeva il ritorno a casa, pessima, ma criticata dalla destra del suo partito. Ma su quella c’è Trump a spararle grosse. Tra le battute eccessive del governatore dell’Indiana c’è quella in cui paragona l’approvazione della riforma sanitaria Obama da parte della Corte Suprema all’11 settembre. Su questo si è dovuto scusare.

Quanto ci ha provato Pence a diventare vice di Trump? Basta guardare questo elenco di tweet in serie, commentati da chi li ritwitta, che è stato uno dei personaggi chiave della campagna di Bernie Sanders e scherza: «Trump si è impossessato dell’account twitter di Pence» (i tweet di Pence sono tutti: dai, dai dai, Trump è il migliore, uniamoci e fermiamo Hillary). Il disperato tentativo di essere scelto è stato molto criticato sia in Indiana – che i democratici puntano a riprendere – sia molto commentato come inusuale. Né i suoi concorrenti, né i democratici di cui si fanno i nomi hanno mai detto nulla sull’eventualità di diventare il vice di Hillary.

Come la foto che vedete qui sopra, del casinò inaugurato ad Atlantic City nei primi ’90 e dopo varie crisi passato ad altri proprietari. Le uniche vere punte di diamante sono alcuni veterani e due sopravvissuti all’attacco dell’ambasciata Usa a Bengasi, che avranno modo di attaccare Clinton su un punto delicato: quello dell’aver sottovalutato i pericoli e a la mancata capacità di difendere la missione statunitense. Poi un paio di star del partito come Paul Ryan e Chris McConnel (i leader di Camera e Senato), una serie di avversari di Trump alle primarie, a partire dal nemico e ultra conservatore Ted Cruz, passando per il chirurgo evangelico e nero Ben Carson e il pastore evangelico ed ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, che negli ultimi anni ha condotto uno show su FoxNews. E poi Rudy Giuliani, che nel 2008 non arrivò al 5% dei voti correndo alle primarie e puntando tutto sulla Florida.

Con Chris Christie

Tra i papabili vice in ticket con Trump ci sono Chris Christie, governatore corpulento del New Jersey, che potrebbe portare qualche voto e che è una figura che piace – per quanto abbia perso peso nel suo Stato, dove le cose non vanno così bene – e Newt Gingrich, speaker della Camera ai tempi di Clinton, il nemico giurato di Bill che non andò granché bene quando corse per le primarie contro Romney. Un modo per dire, li abbiamo battuti un tempo, lo rifaremo. Dall’elenco manca Sarah Palin che aveva sostenuto Trump dall’inizio. Attenzione: più della metà degli speaker nei mesi scorsi ne hanno dette di tutti i colori su Trump e la lista sembra un tentativo di tenere assieme alcune componenti e di corteggiare i conservatori, pezzo cruciale dell’elettorato a cui il miliardario newyorchese proprio non va giù.

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Newt Gingrich ai tempi d’oro della guerra totale a Bill Clinton

Chi altri? Quattro, dicasi quattro figli di TheDonald, Jerry Falwell jr., figlio di una delle figure chiave dell’evangelismo americano che ha accompagnato il 30ennio repubblicano, lo sceriffo David Clark, afroamericano di Milwuakee, che ha vinto le primarie democratiche più di una volta (in Usa gli sceriffi si eleggono) e oggi appoggia Trump, attacca Black Lives Matter e ha condotto uno show radiofonico su The Blaze, il network di proprietà di Glenn Beck, che fino al 2010 era la star Tv della destra. Tra i businessman ci sarà un gestore di casinò di Las Vegas e il co-fondatore di PayPal, tra le celebrities il modello Anthony Sabato e Kimberlin Brown, che probabilmente non vi dirà nulla, ma che è una delle protagoniste di Beautiful. Il personaggio perfetto per una convention che oggi incorona Trump. Adatta a un pubblico non più giovane. Per i giovani con testosterone c’è la presidente dell’Ultimate Fight Championship, un campionato a regole zero dove ci si picchia in Tv.

Nel complesso un parterre fiacco, con qualche possibile sorpresa e Donald al centro della scena: tra i rappresentanti del business anche la direttrice delle Trump Winery, l’etichetta di vini di Donald. Una costruzione che davvero somiglia a quelle dei tempi d’oro si Silvio Berlusconi a cui in molti Oltreoceano hanno paragonato Trump. Come per la piattaforma repubblicana, che in alcuni passaggi relativi a matrimonio gay e famiglia utilizza toni apocalittici su quel che i democratici vogliono far dimenticare gli Usa, passaggi non in linea con il “modello Trump” più laico, smargiasso, piacione, la convention si annuncia come una via di mezzo tra i toni peggiori della destra americana che abbiamo conosciuto da quando Obama è divenuto presidente e le pacchianate di The Donald. Con una particolarità: c’è una lista molto lunga di senatori, governatori e figure di primo piano che a Cleveland non si vogliono far vedere e non presenzieranno. Trovano troppo imbarazzante Trump, troppo a destra o hanno una paura tremenda di non venire rieletti e nei prossimi mesi cercheranno di far dimenticare chi è il loro candidato. Il più famoso, sebbene non candidato, è Mitt Romney. Nemmeno la famiglia Bush sarà a Cleveland.

A Cleveland ci saranno anche proteste, sostenitori di Trump, gruppi di estrema destra e altro ancora. Il Dipartimento di polizia è terrorizzato, ma ha deciso di non sospendere il Secondo emendamento, quello che consente di portare armi mentre si cammina per strada. Quando si dice una scelta razionale.

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