Dopo Mali minori (Laterza) , il libro che più ne ha fatto conoscere il talento di scrittore, il cantante e compositore Simone Lenzi  continua la sua ricerca lavorando a un saggio sulla forma canzone (dedicato «a tutti quelli che almeno una volta nella vita sono rimasti incantati da una canzone e magari si sono chiesti perché») e con un originale progetto di storytelling in cui autori come Marco Vichi e Marco Mavaldi si passano il timone con scrittori non professionisti per raccontare la Toscana, con uno sguardo nuovo. La novità riguarda il lavoro in collettivo, ma anche la committenza, che in questo caso è pubblica. Sono gli stessi Comuni  toscani delle terre del buon vivere (in tutto 279) a farsi “mecenate” e ad accogliere come guest blogger gli autori sul proprio sito.

«Il punto focale del progetto è l’idea che i Comuni toscani si raccontino, come comunità, che trovino qualcosa che sentono il bisogno di raccontare agli altri. Non è una vetrina per scrittori – precisa Simone Lenzi – ma molto più spesso per uomini e donne di buona volontà che si sono messi lì e hanno raccontato qualcosa del posto in cui vivono. Poi abbiamo avuto ospiti di eccezione, scrittori veri che si sono prestati a regalare il loro sguardo su un territorio cui si sentono legati:  Marco Malvaldi ha scritto di Pisa,  Margaret Mazzantini di San Casciano dei Bagni, Marco Vichi dell’Impruneta (il suo racconto qui di seguito ndr).

simoneLenzi, Roma 'cosaVoleteSentire' minimumFax Ottobre 2011 © Luis Rosario I Stefano Casamassima

Simone Lenzi

Quali consigli daresti a un esordiente che voglia proporre il proprio lavoro per la pubblicazione?
Il primo, forse un po’ maleducato, è quello di chiedersi se davvero non ne può fare a meno. Se davvero quello che ha da dire ha una sua verità letteraria o se è solo una contemplazione dell’ombelico. Si vive benissimo anche senza pubblicare libri.
Il lavoro culturale oggi in Italia viene valutato e pagato sempre meno e c’è anche chi fa lavorare gratis i giovani usando gli stage. Come la vedi?
Se devo dire che ne penso male, lo dico, perché la cosa è un male in sé e nessuno può dubitarne. Ma se ci chiediamo quali siano i motivi veri per cui questo avviene allora la cosa assume contorni un po’ più complessi e sfumati. In generale mi sembra dipenda dal fatto che le nostre parole hanno sempre meno valore, per la sovrabbondanza di mezzi che abbiamo per diffonderle. È il prezzo della democratizzazione assoluta della scrittura. Facebook, per chi lo usa, offre a tutti ogni giorno ribalte e occasioni di confrontarsi con la parola scirtta. È gratis. Non costa nulla scriverci, non costa nulla leggere. E dove tutto non costa nulla, nulla vale niente. Che poi i giovani sui giornali vengano pagati una miseria è semplicemente la realizzazione di questa utopia per cui uno vale uno: quello che scrivi tu; potrebbe scriverlo chiunque, perché mai dovrei pagarti tanto per farlo?

Luciano Bianciardi si rivolterà nella tomba e non solo lui…

Pensa a quanto dovette soffrire il povero Virgilio per le balle augustee che gli era toccato scrivere nell’Eneide. Sapeva che le sue parole erano importanti, che avrebbero costituito un modello pericoloso di rapporto fra intellettuali e potere. In punto di morte chiede che l’Eneide venga distrutta. Ecco, Virgilio non se la passava troppo male economicamente, Mecenate era generoso con gli amici. Ora di Virgilio non ce ne faremmo nulla: conta la massa critica dei troll, le coorti di bufalari. E sono gratis.

Il racconto di Marco Vichi:

Marco Vichi

Marco Vichi

Il fuoco dell’Impruneta
Dalla cruda terra alla cupola del mondo, senza scordarsi di condire generosamente
La campagna
Giunse finalmente il giorno in cui la famiglia si trasferì in campagna, a Impruneta, in una grande casa colonica ristrutturata. Il paese era molto carino, con una grande basilica, un alto campanile, e una stella rossa luminosa che la notte brillava nel cielo come una speranza perduta. Arrivarono a metà pomeriggio, con la macchina piena come un uovo. I genitori scaricarono le valigie e si misero a sistemare le stanze. I bambini si lanciarono a perdifiato nei campi alla ricerca di avventura. Erano tre bimbi -due maschi e una femmina – nati e vissuti in città, che in un baleno scoprirono la vastità del cielo. Correndo per la campagna si trovarono davanti un edificio lungo e basso, da cui provenivano delle voci.
La fornace
Si avvicinarono, e passando sotto un arco di pietra entrarono in un ampio spazio pieno di uomini indaffarati e vestiti in modo strano. I bambini furono attratti da uno spettacolo singolare: in una parete di fronte a loro si apriva una vasta porta interamente ostruita con dei mattoni non murati che apparivano incandescenti, o è meglio dire che dalle fessure sprizzava una infuocata luce infernale e un immenso calore  “Ehi bambini, cosa ci fate qui?” chiese un tipo con lo sguardo potente, che aveva l’aria del capo. Era vestito con una larga camiciona scura che gli arrivava fino alle ginocchia. “Cos’è quella cosa?” chiese la bimba, la più piccola. “È una fornace” “A che serve?” “A cuocere la terracotta” disse l’uomo, piegandosi sulle ginocchia davanti ai bambini.
La cupola del mondo
“E cosa stai cuocendo?” chiese il bambino più grande. “Sto cuocendo le tegole per coprire la cupola della chiesa più bella del mondo” disse l’uomo, sorridendo. “E quale sarebbe?” chiese il fratellino di mezzo, che non voleva restare indietro. L’uomo si alzò in piedi, e con le mani disegnò lentamente in aria una cupola grandiosa, che ai bambini sembrò di vedere. “La mia cupola… La cupola di Filippo…” mormorò, con un tono solenne e insieme beffardo. I bambini dilatarono gli occhi e dissero insieme Ooooohhh, impressionati soprattutto dallo sguardo folle dell’uomo. In quel momento si avvicinò un ragazzo, con addosso una casacca sporca. “Messer Filippo, mi sa che ci siamo…” borbottò, rispettoso. “Finalmente” disse Filippo. “Venite ad assaggiare, così potete dire se è di vostro gusto.” “Quante ore?” “Quasi undici…” disse il ragazzo. “Il pepe è abbondante?” “Abbondante…” “Bene” disse Filippo, fregandosi le mani. I bambini stavano osservando la scena, cercando di capire di cosa stessero parlando. Alla fine fu la bimba a farsi avanti. “Hai cotto la cupola del mondo?” disse, riassumendo un po’. “Ancora no, ma almeno è pronta la cena” disse Filippo, e tutti scoppiarono a ridere. Anche i bambini si misero a ridere, contagiati da quella ciurma allegra, e un minuto dopo si ritrovarono seduti a un tavolaccio insieme a decine di operai inzaccherati e sudati e con le barbe lunghe, a mangiare in ciotole di legno uno spezzatino ricoperto di salsa Filippo aveva gli occhi luccicanti, e s’incantava spesso a fissare il vuoto…

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