Giovedì 7 luglio, a Dallas, a manifestare contro le violenze della polizia, a gridare Black Lives Matter, “le vite dei neri valgono”, c’erano tante donne e tanti ragazzi armati di video telefono, o in diretta facebook. Come Diamond Reynolds, che aveva avuto i riflessi e la freddezza di filmare la morte del compagno (mentre la figlia stava sul sedile di dietro), ucciso da un poliziotto bianco, il quale poco prima li aveva fermati per via un fanalino  rotto: «Gli aveva detto lei di prendere patente e libretto, signore Non mi dica che è morto, non così». E l’America ha sentito.

Ma quella sera  in piazza c’erano anche tra “i venti e i trenta manifestanti che sfilavano con fucili da guerra. E li portavano apertamente, con la cinghia a tracolla, sulla schiena”. “In Texas, it was not only legal. It was commonplace”, scrive il New York Times: “In Texas ciò non solo è legale, è ordinario, addirittura d’uso comune”. Quando un cecchino si è messo a sparare, dalla sua postazione in alto sopra un parcheggio,  e ha ucciso 5 poliziotti bianchi, si è temuto di avere davanti la scintilla di una guerra civile a sfondo razziale. Neri umiliati e discriminati in quanto neri, che sparano contro la polizia di chi li discrimina. Non era così, non è così.

Dopotutto la borghesia nera sta chiedendo da anni law and order almeno quanto la bianca. Dopo il sermone e i gospel, può capitare di sentire nelle chiese di Harlem uomini e anche donne afroamericani che rintuzzano le lamentele per i troppi ragazzi di colore finiti in carcere: «Imparino a non andare per strada, non seguano bande, rispettino la proprietà». Dopo tutto è stata proprio la borghesia nera, assieme a quella ispanica, a sostenere nelle primarie democratiche la candidata dell’establishment Hillary Clinton.

The Nation, grande settimanale di sinistra, riprende la sigla del Black Lives Matter, movimento nero venuto alla ribalta in questo giorni e il cui leader è stato arrestato per poche ore, e dice in un suo titolo: “Black Lives Still Must Matter, Even After Dallas”, “le vite nere hanno ancora più valore dopo Dallas”.  Aggiunge però che «nessuna vita sarà più al sicuro fin quando non faremo i conti con la violenza».

Fare i conti con la violenza vuol dire farli con la libera vendita delle armi. Negli Stati Uniti circolano, secondo un report del Congressional Research Service, 357 milioni di armi da fuoco per una popolazione di 319 milioni di persone. Il famoso secondo emendamento – «A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed» – parlava di “ben organizzate milizie”. Nel 1791 erano i volontari in armi che difendevano i coloni americani dagli imperi inglese e spagnolo, oggi le si potrebbe identificare nell’esercito e nella stessa polizia. Ma la critica liberista allo Stato federale ha voluto presentare quel famoso secondo emendamento come l’affermazione del diritto individuale all’autodifesa armata. Fino alla sentenza del 2012, adottata dalla Suprema Corte con il voto di 4 giudici conservatori e del moderato Kennedy, che ha scolpito nel diritto questa interpretazione, liberista e individualista. Obama ha posto il problema: più in là non ha potuto andare.

Armi a parte, chi ha sparato sui poliziotti, chi sono gli autori delle recenti e delle prossime stragi? Si potrebbe rispondere: schegge estreme di un’anti mondializzazione feroce quanto disperata. A Dallas Micah Johnson, un ragazzo nero che vediamo nelle foto in divisa o col pugno chiuso, ha sparato sui poliziotti bianchi come aveva imparato a sparare in Afghanistan sui talebani. A Orlando Omar Mateen, americano con pulsioni omosessuali, figlio di un afgano simpatizzante Taliban, ha massacrato i frequentatori di una discoteca gay e dedicato la strage al Califfo del sedicente Stato islamico. C’è pure il figlio di Bin Laden, che gli americani armarono perché combattesse l’armata rossa in Afganistan, si fa vivo e minaccia nuove stragi contro l’America che gli ha ucciso il padre. “Nemici pubblici” che disseminano le città di lutti e dolori,  ma che alla fine sarebbero un prezzo, certo sgradevole, tuttavia sopportabile da pagare, contenibile con arresti e carcere duro, se fosse tutto lì, se il sistema tenesse e la mondializzazione avesse il vento in poppa.

Non a caso il presidente Obama ha deciso di presentarsi a Dallas con George W. Bush, che è di quelle parti, per dare un segno di unità, ha ricordato i poliziotti uccisi ma anche i neri uccisi, ha provato a dire che no, questa non è una rivolta nera, l’america non ritorna agli anni Sessanta. Eppure non ha torto Trump: «L’America è divisa». Si cerca, prova a dialogare, a riconoscersi sui social e per le strade, ma è divisa.

Ieshia Evans,  infermiera di 28 anni, fotografata a Baton Rouge mentre sola, nel suo vestito estivo svolazzante, sfida un cordone di polizia in assetto da combattimento, Diamond che filma e commenta in diretta la morte del boy friend, rappresentano il coraggio e dunque la speranza, ma mostrano al tempo stesso una sfiducia pofonda nelle istituzioni e nella polizia. Dalle quali ci si difende con la rete e facendo rete. Autorganizzandosi. In un certo senso sono le eredi di Tommie Smith e John Carlos, che nel 1968, dopo aver  vinto a Città del Messico la gara dei 200 metri, immobili sul podio alzarono al cielo il pugno ricoperto da un guanto, simbolo del Black Panther Party for Self-Defence. E queste giovani donne nere non trovano – come è sempre stato – la solidarietà solo di radical bianchi  e intellettuali. Questa volta trovano – anzi sono loro in qualche modo a seguire –  i millennial bianchi, in maggioranza bianchi, di Bernie Sanders. Ragazzi bianchi e neri si sentono parte di un’America nuova, che parte da Occupy Wall Street e ha la pretesa di rappresentare il 99% che subisce contro l’1% che decide.

Il razzismo, certo, è un retaggio terribile e imprescindibile – quanto dell’impulso che spinge il poliziotto a sparare non deriva dalla paura atavica dell’uomo nero, secondo gli stereotipi, ribelle, sessualmente indisciplinato, imprevedibile? – ma l’America di oggi è divisa soprattutto dallo spezzarsi della scala sociale e dal restarne due tronconi: uno sta in basso, l’altro in alto. Chi lavora e fatica giù, su chi decide e investe. Chi sta sotto vive nella Rete e usa la Rete come mezzo di autodifesa, chi è in alto controlla i vecchi (e tuttavia potenti) mezzi di comunicazione di massa. Non è solo l’America di sinistra, la sfiducia nelle élite è trasversale. E se le vecchie identità possono essere rievocate da slogan passatisti come “America first” – in fondo la stessa operazione del Brexit: prima gli inglesi! – si tratta tuttavia di una narrazione nostalgica, che rischia di non tenere e non ha molto da dire.

Nel suo The End of  White Christian America, Robert Jones ricorda che nel 2008 il 54% degli americani si potevano dire bianchi e cristiani, nel 2015 solo il 45%. E i giovani abbandonano più numerosi  le chiese: se il 27% degli over 65 ne frequenta una evangelica, lo stesso vale solo per il 10% dei millennial. Quando nel 2004 Bush vinse le elezioni contro Kerry, l’America bianca e cristiana fu l’arma segreta – 8 milioni di voti in più – con cui il suo guru Karl Rove gli consegnò il primato. Oggi la destra cristiana non riesce ad affezionarsi al suo candidato naturale, che era Ted Cruz; oggi il Tea Party, nocciolo duro iper liberista viene risucchiato dagli slogan anti mondialisti di Trump. E così la convention di Cleveland intronerà un candidato reazionario, imposto al partito a furor di popolo, ma che stenta a trovare finanziamenti  tra i ricchi della destra e  suscita la diffidenza delle corporation. La convention di Philadelphia consacrerà la prima candidata donna, ma che dovrà indossare un vestito rosso-Sanders per sperare di vincere in novembre, fino a prendere le distanze persino dal Ttip, vero totem delle multinazionali.

L’America si guarda allo specchio. Il sogno si è spezzato. Vecchie ferite non si sono ancora rimarginate e altre se ne aprono:  paura del futuro, paura di contare meno, sfiducia nell’establishment. La sbornia neoliberista sta smaltendo i suoi effetti inebrianti e le stragi dei lupi solitari come la violenza della polizia diventano il sintomo di un malessere profondo, da cui si può uscire immaginando una società nuova o, come teme Vauro in questa pagina, con l’urlo di Munch. Pochi sanno che la gran parte delle opere del pittore norvegese sono improntate all’ottimismo. Noi di Left scommettiamo sul futuro.

L’editoriale è tratto da  Left in edicola dal 16 luglio

 

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