«Valentino Zeichen era un amico nobile e gentile. Per i miei figli era diventato una specie di zio, un consigliere saggio e spiritoso. Dedicargli lo Strega non è stata l’occasione di un risarcimento, non ne aveva alcun bisogno. È solo che il pensiero di lui cancellava tutte le altre possibili dediche e ringraziamenti» dice Edoardo Albinati che ha ricevuto il premio a pochi giorni dalla scomparsa del poeta. La scuola cattolica (Rizzoli) è un libro che intreccia memoir e finzione, «un’opera mondo», uno zibaldone di oltre mille pagine in cui si passa dal racconto, a memorie di infanzia, a digressioni colte. Tenute insieme da un torrenziale io narrante che dalla scuola dai preti è uscito con un’allergia alle prediche e, al contempo, con la tendenza ad assumerne il tono. Essendone consapevole, il Nostro avverte il lettore quando lo attendono pagine di riflessione filosofico-antropologica, autorizzandolo a saltare pagine e interi capitoli. Così, con un pizzico di auto ironia, Albinati conduce il lettore ad avventurarsi in queste dense pagine in cui risuonano «molti altri autori, altri libri e interviste con persone che ne sapevano più di me», come ci dice lui stesso.

Il richiamo a Musil è forse quello più scoperto: «Come autorizzazione a tenere presso di sé la narrazione molto a lungo, forse persino più del dovuto» ammette. Come scelta del bildungsroman, aggiungiamo, come romanzo di formazione di cui sono protagonisti giovani alle prese con crisi adolescenziali rese più acute dall’ambiente religioso di soli maschi. Per lo più sono rampolli della borghesia romana, destinati a diventare nuova classe dirigente. Fra i banchi si sfidano in giochi feroci, disposti a tutto per essere ammirati, per primeggiare, nascondendo l’insicurezza. Ma in filigrana l’autore ci lascia intuire molto di più. «Questo è un libro che è cresciuto alle spalle del suo autore, quasi oltre le sue capacità stesse» commenta Edoardo Albinati, che fra le sue fonti cita filosofi della politica come Tocqueville e poi Pascal, «alcuni grandi romanzi e una quantità di studi di genere, sia femministi sia dedicati ai maschi, questi ultimi soprattutto dal mondo anglosassone». Italianissima e molto romana è invece la scuola cattolica, il San Leone Magno, che la voce narrante tratteggia senza infingimenti, senza nascondere la violenza visibile e invisibile che innerva i rapporti fra i docenti (non tutti preti, ma tutti cattolici) e i loro allievi fin dalla più tenera età, raccontando le contraddizioni, descrivendo minuziosamente il modo in cui quel tipo di insegnamento spinge i ragazzini a mettere in atto modelli imitativi, quasi in modo calligrafico, sviluppando un falso sé per usare una espressione che incontriamo all’inizio del libro.
«Di quel rapporto fra studenti maschi – dice oggi Albinati – mi colpisce la ricerca di tenerezza, di intimità, che era frustata dal timore di sembrare troppo teneri come se questo fosse un segno di debolezza o di omosessualità. Una repressione che diventava aggressività, volgarità, scherzo pesante fra i banchi. Poi quella richiesta di tenerezza era rivolta in maniera brusca ed esigente, perfino brutale, verso le donne ». Ne La scuola cattolica gli studenti sono presi da «un disperato bisogno di essere come gli altri, ma al tempo stesso di sopraffare, sono competitivi e imitativi. Quando poi si accendeva l’interesse nei confronti dell’altro sesso, quasi del tutto sconosciuto e alieno, emergeva una stortura nel modo di rapportarsi». Di fatto, più che il diverso da sé ad essere preponderante nella vita di questi ragazzi è la mamma. «Siamo un Paese dove tutto fanno le madri, dove persino il Figlio più famoso di tutti tempi si dice non avrebbe combinato nulla di buono se non fosse stato per sua Madre, santa donna», abbozza ironico l’io narrante nel libro.

«Era un tratto tipico dell’Italia di allora e in parte permane ancora oggi – chiosa lo scrittore romano -. La madre era una figura venerata. Aveva un posto intoccabile, talora per tutta la vita. E tanto più si ha il culto della madre, tanto più le altre donne non le saranno mai paragonabili». Culto della madre e obbedienza sono i due poli fra i quali si muove la loro vita. La Chiesa è rimasta l’ultima istituzione a chiedere l’obbedienza, nota sempre più smagato il ragazzino protagonista. Obbedienza a Dio, obbedienza ai valori non negoziabili che la scuola cattolica ha la missione di imporre, obbedienza ai preti anche se poi si scopre che hanno una doppia vita, non proprio da santi padri, obbedienza a quella sfilza di assurdità che propinano i testi sacri, obbedienza e venerazione dei santi fin quando il nostro sveglio protagonista scopre che Giovanna d’Arco era una schizofrenica. «L’educazione pretesca invece di rafforzarlo, non so perché, imbastardiva il nostro senso morale, lo annacquava», dice ad un certo punto nel libro, che non manca di episodi esilaranti. Come quando il bambino si aspetta che, ricevendo l’eucarestia, la presenza di Dio nella sua bocca si farà sentire. E che «se non si farà sentire, bisognerà sprofondare ancor più il viso tra le mani, alzare il livello, aumentare le dosi e l’intensità della preghiera…» perché «non è possibile che non avvenga nulla». Poco dopo aggiunge: «La stessa perplessa attesa mi coglie mentre mi masturbo. Dovrei provare qualcosa che non arriva, non arriva».

Fra i suoi compagni non tutti hanno l’ardire di una sana irriverenza. Qualcuno, più fragile, in quel contesto silenziosamente cede, qualcuno si perde, si rinchiude in se stesso, non tiene più nemmeno il rapporto sado-maso con i compagni. Fra loro Arbus appare il più strano, si muove come robot, scappa in un mondo astratto che lo tiene “al riparo” dalle emozioni. Qualcun altro si fa sempre più tenebroso e distante. Lo ritroveremo poi molti anni dopo vittima di un ribellismo suicida in un gruppuscolo terrorista. Il talento di Albinati sta nell’evocare in modo ellittico i nessi, nel suggerire, senza imporre una tesi, restituendoci la complessità delle dinamiche in quel microcosmo pretesco, apparentemente fuori tempo, incapsulato come una monade in anni, quelli dal 1962 al 1975, quando l’Italia scivolava negli anni di piombo; dopo la rivolta fallita del ’68, tanti si persero nella droga e nel terrorismo. Ma c’è anche l’agghiacciante strage del Circeo che balena a metà del romanzo…
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L’intervista con Albinati continua su Left in edicola dal 16 luglio

 

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