Se nasci afroamericano nella Detroit della decadenza industriale è molto probabile che tu non riesca a trovare un lavoro. La forma della città è stata pensata a cerchi concentrici, tenuti assieme da arterie che si dirigono verso il centro. Con il progressivo svuotamento dell’area urbana, le connessioni sono saltate e i neri sono rimasti stretti tra il centro della città e la suburbia, dove ancora ci sono le fabbriche e le casette abitate dagli operai, soprattutto bianchi. Trasporti pubblici quasi non ce ne sono.
Se non hai una macchina, sei out, anche se trovi un lavoro. Se hai una vecchia auto scassata, invece, tendi a non allontanarti troppo: la possibilità di essere fermato da una pattuglia per un fanalino rotto o una cintura non allacciata sono altissime. Quelle di finire dentro perché perdi la pazienza non sono poche e neppure quelle di finire come Philando Castile, la cui morte in diretta l’hanno vista milioni di persone grazie alla immane presenza di spirito di Diamond Reynolds, che invece di farsi prendere dal panico ha voluto testimoniare cosa le stesse capitando. Castile era stato fermato alla guida della sua auto 31 volte e multato 63. A Ferguson, dove scoppiò la protesta di Black Lives Matter dopo l’uccisione di Mike Brown, i bilanci del comune sono stati gonfiati per anni dalla immane quantità di multe elevate ai danni degli afroamericani. Questi vengono fermati e controllati molte volte di più dei bianchi. E siccome nella testa dei poliziotti – stando alle statistiche, mediamente più bianchi delle comunità dove lavorano – un ragazzo maschio nero è un potenziale pericolo, succede più spesso che il ragazzo nero finisca male.
Su 569 morti ammazzati dalla polizia nel 2016, 137 sono neri. L’anno scorso 990 gli uccisi e 258 i neri. Gli afroamericani nel 2010 erano il 12,6% della popolazione, quindi, se i neri uccisi fossero in linea con la loro presenza nella società Usa, i morti sarebbero meno della metà. Ma il punto forse non è solo quanto si rischia di morire. Il punto è come si vive.

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