Una serata complicata con due momenti epici che faranno dimenticare le contestazioni e i buuuh. O almeno così sperano gli strateghi democratici e della campagna Clinton. Certo è che il livello del discorso e di partecipazione della convention democratica è più alto che non a Cleveland, all’incoronazione di Donald Trump. E certo che, nonostante quello di Bernie Sanders sia stato un trionfo raro da vedere in uno di questi coreografici appuntamenti quadriennali, il discorso più alto, forte, ben costruito e destinato a essere un’arma elettorale lo ha fatto Michelle Obama.

Andiamo con ordine. Dall’inizio della convention e in maniera un po’ ossessiva, i delegati e sostenitori di Bernie Sanders hanno reso la gestione della convention democratica cominciata ieri complicata. Ogni volta che veniva nominata Hillary dal palco, una parte della platea rumoreggiava. Anche quando parlavano sostenitori del senatore socialista o figure nobili del partito, come Clarence Clyburn, rappresentante e storica figura del movimento per i diritti civili. Il brusio di fondo era tale da far esplodere Sarah Silverman, l’attrice comica sostenitrice di Sanders, sul podio per dire «Ora si vota Clinton»: «Devo dire una cosa ai “Bernie o niente”, vi state mettendo in ridicolo».

Le contestazioni

La stessa campagna del senatore aveva mandato un sms e una mail nella quale chiedeva di non contestare. Non ha funzionato se non durante i discorsi di Michelel Obama ed Elizabet Warren e, poi, naturalmente di Bernie, che ha dovuto aspettare tre minuti di ovazioni prima di poter cominciare a parlare. In questo caso era tutta la sala ad essere in piedi a scandire il suo nome. I suoi spesso piangevano.

Bene, cosa hanno detto? Michelle ha fatto il discorso perfetto: ha attaccat Trump senza nominarlo e promosso Hillary parlando della straordinarietà di vedere le sue figlie giocare con il cane in una casa (la Casa Bianca) «costruita con il lavoro degli schiavi». Un discorso forte, duro, razionale e appassionato, che ricorda le difficoltà della presidenza, l’importanza di avere una visione complessa delle cose e spiega: «la realtà complessa non si sintetizza in 140 caratteri di un tweet, le decisoni non si prendono d’istinto (lo strumento di comunicazione preferito di Trump)». E l’importanza di avere una donna, per la prima volta, a svolgere un lavoro che «determinerà il futuro delle mie figlie e di quelle di tutti». Alcuni passaggi verranno ripassati per giorni in Tv: «Quando qualcuno fa il bullo, noi non lo imitiamo, quando volano bassi, noi voliamo più in alto». Un gancio a TheDonald senza chiamarlo per nome.

Mi sveglio ogni mattina in una casa costruita da schiavi

Così come la entrata trionfale di Sanders, che ha saputo dare argomenti all’idea che Hillary è la persona da portare alla presidenza: salario minimo, aumento della copertura sanitaria, riforma dell’immigrazione, infrastrutture sono nel programam di Hillary – anche grazie a me, sottintende il senatore – e se non vince lei, ce li dimentichiamo e consegnamo l’America all’1%. Il suo discorso somigliava molto a quello dei comizi delle primarie con l’aggiunta di un appello alla non smobilitazione. Su due o tre cose, Sanders si farà sentire dall’eventuale presidente Clinton: il TTP, il trattato commerciale con l’Asia del Pacifico, la riforma dei meccanismi di finanziamento della politica tra queste. No TTP era uno degli slogan scanditi dai sostenitori della sinistra del partito.

Peseranno più le divisioni generate da primarie contese o il tentativo di ricomporre il clima interno? Lo vedremo oggi, ma probebilmente il discorso di Sanders è un passaggio di testimone importante. La campagna Clinton ha concesso molto anche in termini simbolici e la convention è più una convention di partito che non di un candidato, una forza e anche una debolezza per la candidata. Troppe figure importanti: oggi parlano il presidente e il vice, Bill: figure che rubano la scena, e poi diverse madri dei ragazzi uccisi dalla polizia. Oratori coi fiocchi, momenti simbolici ed emozionanti e poi, giovedì, la necessità per Hillary di trovare il discorso giusto che finalmente la metta in sintonia con quel Paese che proprio non sembra entusiasmarsi alla sua candidatura. Per adesso, oltre a un pezzo di pregiudizi, è stato anche demerito suo: manca l’isipirazione, l’idea, lo slancio verso qualcosa. Le servirebbe uno speechwriter d’eccezione.

Abbiamo bisogno di leadership che ci unisca, non che insulta e divide

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