L’Isis torna a colpire, questa volta al confine tra la Siria e la Turchia. Il bersaglio dell’attacco è la città siriana di Qamishli, nel Rojava, abitata in maggioranza da curdi. Un camion bomba è esploso nei pressi di un quartiere che ospita istituzioni dell’amministrazione autonoma curda – tra cui gli organismi di Interno e Difesa – e un centro di reclutamento. L’Isis rivendica l’attentato. Il bilancio provvisorio è di 44 morti e oltre 150 feriti.

Lo scontro per il controllo del territorio siriano si concentra nel nord-est della Siria, al confine con la Turchia, dove i curdi mettono a dura prova il controllo dell’Isis sul territorio. Ma lo Stato islamico non vuole mollare la presa, e reagisce in maniera scellerata: la città era già stata oggetto di un attentato suicida in aprile, che ha provocato la morte di sei membri della sicurezza curda. A luglio è toccato ad Hasaka, vicino all’Iraq, dove in seguito a un attentato sono morte 17 persone.
Entrambe le città si trovano nella provincia di Al-Hasaka, controllata in maggioranza dalle unità di difesa del popolo curdo, l’Ypg, che, al pari dei peshmerga in Iraq, sono l’unica forza territoriale in grado di contrastare militarmente l’egemonia di Daesh in Siria.

Sono state proprio alcune sue divisioni a rimuovere, a giugno del 2015, la bandiera nera dello Stato islamico da Kobane. L’Ypg è considerato ufficiosamente il braccio armato del Partito dell’unione democratica, il Pyd, ramo siriano del Pkk. Nell’ultimo anno le forze curde hanno riguadagnato terreno nel nord-est della Siria, attaccando numerose roccaforti di Daesh. Soltanto la settimana scorsa, l’Ypg ha annunciato di aver ucciso dozzine di militanti dello Stato islamico nella periferia a nord di Raqqa, città simbolo del Califfato guidato da Al-Baghdadi.

Intanto a sud del confine turco, l’Ypg prova, con il sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, a liberare la città di Menbji, controllata da Daesh. Un cambio di strategia importante: fino a oggi gli Stati Uniti avevano promesso alla Turchia che le forze ribelli non avrebbero abbandonato la linea di confine. Sebbene gli americani abbiano assicurato al governo di Erdogan che una volta liberata la città sarà riconsegnata alla popolazione locale, la spinta verso Sud dei curdi indebolisce il già fragile equilibrio di forze internazionali in Siria.

L’intensificarsi degli scontri dei giorni scorsi ha interessato anche la zona attorno alla città di Aleppo e i territori al confine con la Giordania. La seconda città più popolosa della Siria è stata teatro di duri scontri nelle ultime settimane, e centinaia di persone hanno perso la vita. A quanto pare le forze governative siriane stanno però avendo la meglio: secondo la tv di Stato la città è circondata dall’esercito, che ne controlla buona parte, mentre i ribelli sono quasi sconfitti, asserragliati nella parte orientale. La metropoli è divisa in due dal 2012, con la parte ovest in mano al governo, e la parte est ai ribelli e alla «sezione» siriana di Al-Qaeda, Al-Nusra.

Continua anche il braccio di ferro tra Washington e Mosca sul futuro del Paese mediorientale: i raid dell’aviazione russa dello scorso 16 giugno hanno colpito alcune basi di reclutamento per ribelli controllate dagli americani. Nello stesso giorno ad Aleppo una serie di pesanti bombardamenti ha violato le 48 ore di cessate il fuoco imposto dalla Russia. Rimane irrisolto, dunque, l’empasse tra le due superpotenze per la pace in Siria. Il principale motivo di disaccordo è dovuto soprattutto al ruolo dei ribelli nella regione, in particolare di Al-Nusra, «terroristi» secondo Mosca, fronte ampio di espressione anche di un’opposizione moderata, secondo gli Stati Uniti. È sopratutto a causa di Al-Nusra che il cessate il fuoco rimane debole e poco efficace, essendo l’organizzazione impegnata in una serie di ostilità grazie all’alleanza con altri gruppi ribelli.

Ma «l’accordo è vicino» ha dichiarato il segretario di Stato americano John Kerry a margine di un incontro con il suo omologo russo, Sergey Lavrov. Le due forze in campo in Siria dal 2012 hanno ribadito il loro impegno per un negoziato di pace e hanno deciso di elaborare una strategia di intelligence coordinata per agire sui gruppi armati siriani vicini ad al-Qaeda. La soluzione del rebus diplomatico siriano è ancora lontana. E non è chiaro che effetto avrà sulla popolazione civile.

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