Sono così tante che è diventato difficile contarle. Sono oltre 60 nel solo 2016, 160 da gennaio 2015. Sono giovani, anziane o appena bambine. Sono infermiere, casalinghe, studentesse. Sono donne e sono tutte vittime di femmicidio.
C’è voluto che nel 2011 s’introducesse un termine per raccontare le storie delle vittime e definire i tratti costitutivi di un fenomeno che è ormai diventato endemico alla nostra società. Le vittime sono donne, gli assassini sono uomini. Il movente, per quanto ci si affanni a cercane di comprensibili, è influente.

La modalità ripetitiva, frutto di una violenza oscena che pare sempre cercare lo strumento più brutale per esprimersi. Vania Vannucchi, l’infermiera uccisa ieri a Lucca, è stata bruciata viva dall’uomo con il quale aveva avuto una relazione. Questa mattina a Caserta, Nicola Piscitelli ha ucciso Rosaria Lentini con 12 coltellate. Sabato scorso a Misterbianco, in provincia di Catania, Marina Zuccarello è stata sgozzata dall’ex fidanzato della figlia.

Dalla riflessione più fredda e generale, alla voce singola di ciascuna di queste atroci storie emerge il quadro di una realtà drammatica, di una pornografia della violenza che è il simbolo di una degenerazione emotiva profonda. Aldilà della messa in scena e dalla relazione che unisce i protagonisti, le singole storie di femminicidio danno voce all’urgenza di aprire un discorso pubblico sull’identità maschile, sulle relazioni tra i generi e sulla salute psichica e fisica delle donne.

Consenso, abuso, violenza, relazione, amore sono i termini di un vocabolario che deve essere discusso e che deve andare a sostituire quello assolutorio del raptus, della gelosia, del possesso, della rottura o del rifiuto che troppo spesso s’inserisce nel racconto o nella ricostruzione, come se un omicidio avesse bisogno di una giustificazione o di un elemento di razionale comprensibilità. Bisogna iniziare a parlare di educazione sentimentale, bisogna che si inizi a farlo nelle scuole. A dirlo alcune delle forze politiche.

Pietro Grasso, presidente del Senato, ha parlato di «un grande lavoro da fare, tutti insieme, per sradicare i resti di una cultura maschilista e possessiva che ancora permea la nostra società. Stare insieme è una sfida quotidiana: uomini e non si appartengono, si scelgono ogni giorno. Liberamente». Di campagne di educazione ha parlato anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni, mentre il ministro per le Riforme costituzionali con delega alle Pari opportunità, Maria Elena Boschi, nel ricordare le vittime dei barbari assassini di questi giorni, ha annunciato di voler rafforzare l’impegno del governo nella prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne.

Boschi ha poi invocato la costituzione di una cabina di regia interistituzionale per l’attuazione del Piano straordinario a contrasto della violenza sessuale e di genere. Ma di strumenti validi in Italia ce ne sarebbero già e sono i centri antiviolenza. Quelli che stanno chiudendo. Lo dice in una dura nota, la deputata di Sinistra Italiana Celeste Costantino, presentatrice della proposta di legge sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole attualmente in discussione nella commissione Cultura di Montecitorio.

Secondo la Convenzione che garantisce la prevenzione e la lotta alla violenza di genere e che l’Italia ha ratificato nel 2015, i governi hanno l’impegno di sostenere ed incoraggiare – economicamente e culturalmente – il lavoro dei centri antiviolenza. Ma i fondi in Italia non ci sono e i centri sono comunque troppo pochi. Secondo il censimento di Women against violence Europe ripreso dalla piattaforma contro la violenza di genere, Chayn Italia, nel Paese i centri sono 140 e 73 le case rifugio, 6000 in meno di quanto previsto dall’Unione Europea.

Fintanto che i centri antiviolenza saranno minacciati dai tagli, l’educazione di genere relegata a polemiche posticce, quella che ormai si configura come una strage, rischia di continuare. La battaglia per la salvaguardia dei diritti e del corpo delle donne si deve combattere ogni giorno.

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