(di Marina Catucci da FILADELFIA) Queste elezioni americane 2016 sono storiche per più di una ragione, non solo perché per la prima volta una donna è candidata alla presidenza degli Stati Uniti.
Il partito repubblicano è stato disgregato e trasformato dal miliardario Trump, e quello democratico è stato scosso nelle sue fondamenta dal ciclone socialista Sanders. E pensare che “socialista” veniva usato come un insulto contro Obama nel 2008, e adesso è un aggettivo come un altro per descrivere un atteggiamento politico. Tutti cambiamenti che hanno avuto un certo impatto sulle convention, in special modo su quella democratica dove, per quattro giorni, si vive come in una cittadella di qualche migliaio di abitanti. I momenti della giornata son scanditi dai discorsi. Giornalisti, politici, delegati e sostenitori restano sotto lo stesso tetto per almeno 12 ore al giorno e tutti sono contemporaneamente osservatori e osservati. In questi 4 giorni è successo di tutto: manifestazioni, minaccie di secessione, sit in, un gran fermento che si è riflettuto non solo nella sostanza ma anche, e parecchio, nella forma.

Da mesi la candidata Hillary Clinton sente dirsi che quella che si sta giocando è “la carta del femminile”, e per il giorno finale quando era il momento di pronunciare il discorso con cui accettare formalmente la candidatura, ha scelto di presentarsi con indosso un vestito bianco, in memoria delle suffragette che di quel colore avevan fatto il proprio simbolo. Ma questo non è stato che uno dei pochi, pochissimi, simboli di sinistra nella convention democratica. Che ha visto sì approvare la piattaforma più di sinistra della storia americana, eppure ha spesso rubato a man basse il linguaggio e le simbologie ai repubblicani di destra.

Sul palco di Hillary si è avvicendata tutta l’America: bianchi, neri, ispanici, cattolici, musulmani, ebrei, atei, han parlato, a favore di Hillary, eterosessuali, gay. E, per la prima volta, anche una donna transgender è salita sul palco di una convention nazionale, tutto per sostenere l’idea che c’è bisogno di un sistema sanitario che copra tutti, che l’università deve essere gratuita, che la tolleranza e la solidarietà sono dei valori da preservare e trasmettere. Questi concetti, però, venivano veicolati con termini inusuali per quel palco, termini come “ottimismo”.
Ricordate l’“ottimismo reaganiano” degli anni 80, quello diventato un tormentone linguistico? Non a caso Reagan è stato citato dalla stessa Hillary come esempio virtuoso di una presidenza a cui guardare.

Ora anche l’ottimismo si colloca a sinistra, come il patriottismo. «Non fatevi ingannare da chi parla male dell’America e vuole rifarla grande. L’America è già grande, è un grande Paese basato sull’unità, non sull’essere divisi e l’uno contro l’altro», ha detto e ripetuto Clinton nel comizio successivo al grande giorno della convention. Essere patriottici, del resto, è da sempre un valore che va a braccetto con l’ottimismo, e la liason di Hillary è stata perfetta: «Non fatevi ingannare da chi vuole alzare i muri invece che costruire dei ponti», ha detto dal palco mentre la platea rispondeva scandendo “U-s-a, U-s-a”. In una sorta di tifo da stadio che finora non si era mai sentito tra i democratici, essendo invece come un marchio di fabbrica per i repubblicani.
Ed ecco che ora il partito repubblicano, scombussolato da Trump, si vede portar via quell’ultimo elemento identitario che gli era rimasto in possesso: il linguaggio, la retorica riconoscibile, utile a formare una legacy immediata col passato. Adesso questa legacy la fanno i democratici che, sempre senza tradire la propria piattaforma, la veicolano anche a destra tramite il suo stesso linguaggio.

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