«Dobbiamo essere rivoluzionari, non chiuderci davanti alla paura. E coerenti, anche artisticamente». Da bambina “diversa” ad artista innamorata della musica indipendente, Tosca si racconta

«Sono stanca di sentire “tanto, oramai è tutto così”». È un no alla rassegnazione quello di Tosca, al secolo Tiziana Donati. Che, elegante e sorridente, ci accoglie a Roma, dietro lo stadio Olimpico e di fronte all’imponente palazzo della Farnesina. Tra le mura della sua scuola di arti Officina Pasolini (che vi raccontiamo nelle pagine che seguono) non si risparmia nel raccontare dei suoi ideali e della sua vita, mentre ci accompagna a visitare quello che definisce «il mio fiore all’occhiello, il mio successo più grande». Precisa, consapevole, appassionata. Giunti nella sua stanza, sul muro, giusto sopra la sua scrivania, leggiamo una scritta: «La rivoluzione è un lavoro poetico».

Cos’è questo, il tuo mantra?
È una frase del poeta tunisino Mohammed Sgaier Awlad Ahmad, che è morto ad aprile scorso ed è stato un artefice della Rivoluzione, ha anche fondato la casa della poesia lì a Tunisi. Lo tengo qui perché credo che abbia proprio ragione: qualsiasi rivoluzione è un lavoro culturale, guarda la Tunisia di oggi, quella Primavera adesso la chiamano inverno perché si sta tornando indietro. Oggi la rivoluzione è accogliere, e non sparare addosso. È integrarsi, vivere delle cose semplici. È tutto quello che non viene strombazzato, è la ricerca della bellezza. Essere rivoluzionari è non chiudersi davanti alla paura.
Tanto più se sei un artista, mi verrebbe da aggiungere…
Siamo dei privilegiati, perché facciamo un mestiere che ci piace. Mio padre lavorava al poligrafico e ogni mattina si alzava alle 6 per fare un lavoro che odiava. C’è quel sottile confine dove l’arte da progetto diventa prodotto. È un confine sottilissimo, non te ne rendi neanche conto e smetti di ragionare in modo naturale, ovvero: seme, acqua, pazienza. E invece diventa tutto marketing, un discount di canzoni. È solo apparenza, si è tutto ribaltato e adesso importa solo che tu “ti sappia muovere bene”. Io, invece, sono per le piante… sono nipote di contadini, del resto.
Anche tu adotti quella che Niccolò Fabi chiama la «filosofia agricola»?
Esatto! C’ho la filosofia agricola (ride). Quindi c’è chi decide di diventare una pianta, poi un albero e poi fa i fiori e c’è chi decide di essere un fiore reciso.
E tu che pianta sei?
Un glicine! Mi piace molto il glicine…
Cominciamo dal seme, come hai iniziato tu?
La musica mi ha salvato la vita. Da bambina avevo un problema fisico, il reumatismo articolare acuto; quindi ero cagionevole, sempre in disparte, non potevo correre e scatenarmi, ero spesso in ospedale. Così ho vissuto la mia infanzia come una bambina “diversa”. Ricordo che mia nonna tutti i giorni alle sette di sera andava in chiesa, a San Timoteo, alla Garbatella, e mi portava con lei. E lì c’era la signora Iole, la maestra del coro e ho cominciato a cantare. Funzionava così: terza panca, gli stonati; seconda panca, gli intonati; prima panca, i solisti. Mi son detta che almeno lì ci sarei voluta arrivare, e così è stato. Così la musica è diventata la mia ancora di salvezza, mi accarezzava e mi faceva compagnia, mi faceva sentire speciale durante i pranzi e le cene di famiglia, quando mi chiamavano sulla sedia per cantare (si ferma, sorride con tenerezza). E pensare che da bambina volevo fare l’attrice, a cantare non ci pensavo nemmeno. Perché, vedi, fare l’attrice per me era un modo di straniarmi da quello che avevo dovuto vivere e dalla realtà che vivevo.

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