Sessismo: la tendenza a valutare la capacità o l’attività delle persone in base al sesso ovvero ad attuare una discriminazione sessuale. Scrive così il dizionario e noi, presi come eravamo dall’estate, dalle vacanze, dalle gare delle Olimpiadi di Rio alla tv, pensavamo di aver lasciato quella vecchia e polverosa parola a casa. E invece no, ce la siamo portata dietro anche questa volta, perché proprio alle Olimpiadi, quelle che ci vogliono tutti uguali e che hanno addirittura formato un team di rifugiati per far capire che insomma siamo proprio tutti uguali, ecco, anche in quelle Olimpiadi e dopo soli quattro giorni dall’inizio dei giochi, non sono mancate le discriminazioni nei confronti di molte atlete in gara. Atlete ricordate dai media perché “sì ha vinto, ma guardate che culo perfetto che ha”, “brava, ha conquistato il podio, però è un po’ cicciottella”, “nuota più veloce di tutte, ma non è bella ed aggraziata”.

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Per Libero, Rossella Fiamingo non fa parte della categoria “sport” o “olimpiadi”, ma di quella “meraviglie” come vuole la tradizione del bravo maschio macho italiano.

Per le donne è così anche a Rio, obbligatoriamente impegnate in una doppia sfida: vincere e non tradire l’immagine stereotipata della donna che buona parte del pubblico a casa ha di loro. O meglio: che i giornalisti credono il pubblico abbia, perché a quanto pare chi è seduto a casa sul divano e sente imbarazzanti telecronache sessiste si arrabbia e si fa sentire sui social.

Il primo caso è stato quello scatenato dal commento di Dan Hicks della Nbc. Quando Katinka Hosszù, nuotatrice ungherese ha vinto la medaglia d’oro e battuto il record del mondo nei 400 metri misti, la telecamera ha ripreso il marito-allenatore che stava guardando la gare e Hicks non ha perso l’occasione per commentare così: «Ed ecco qui l’uomo responsabile di questa vittoria». Non Katinka con le sue gambe, le sue braccia, la testa, la fatica, l’impegno, i sacrifici, ma il marito-allenatore, ovvio no? Quale donna potrebbe fare qualcosa se non per merito di un uomo. Sui social allora si è scatenata una vera e propria tempesta di tweet e status contro Hicks, che si è scusato — troppo tardi — per una frase che «vorrebbe aver detto diversamente».

 

In ogni caso, per fortuna che ci sono gli uomini a spiegare alle altlete donne come si fa a vincere una gara. Ecco un caso di uomo comune dell’Internet che #laspiega a un’atleta olimpica…ops volevo dire “ragazzina inesperta”.

A proposito di parole sbagliate al momento sbagliato. Probabilmente, con il senno di poi, avrebbe voluto titolare diversamente anche il direttore del QS quotidiano sportivo, Giuseppe Tassi, che sul suo Resto del Carlino ha invece scelto di celebrare l’ottima prova della squadra femminile italiana di tiro con l’arco e il podio sfumato per pochissimo così:

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«Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo», se erano magre vincevano? Chi può dirlo. Possiamo dire invece cosa ha scatenato quel titolo: l’indignazione generale di molti dei lettori sui social e una lettera da parte del presidente della FITARCO Mario Scarzella indirizzata a Tassi direttore de Il Resto del Carlino

Caro Direttore,

questa mattina da Rio de Janeiro siamo rimasti basiti nel leggere su Il Resto del Carlino il titolo che recitava “Il trio delle ciocciottelle…” — a nostro avviso a dir poco irriguardoso — rivolto alle nostre atlete Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia.

Se Il Resto del Carlino fosse una rivista scandalistica non avremmo nulla da dire, ma focalizzare l’attenzione sull’aspetto fisico di queste ragazze su un quotidiano, che scandalistico non dovrebbe essere considerata la sua lunga e prestigiosa storia, è stato davvero di cattivo gusto.

Ci chiediamo in effetti se si possa definire giornalismo serio un titolo come questo, soprattutto in un giorno difficilissimo per delle giovani ragazze all’esordio Olimpico, che hanno lavorato per quattro anni nel silenzio dei media per vivere una delle delusioni più cocenti della loro vita, sia personale che sportiva.

Alla lettera la risposta che è arrivata immediatamente è stata quella dell’editore della testata Andrea Riffeser Monti: scuse e sollevamento dall’incarico, con effetto immediato, del direttore del QS Giuseppe Tassi.

Altro caso interessante è quello di Katie Ledecky che addirittura ci dà la possibilità di mettere a confronto la discriminazione sessista in salsa anglosassone con quella del Belpaese. Dopo che Ledecky aveva conquistato la medaglia d’oro per i 400 metri stile libero il Daily Mail ha commentato la vittoria con le uniche parole che potevano giustificare il trionfo di una donna, la somiglianza con un grande uomo e così, è presto detto: Katie Ledecky è la Michael Phelps femminile (il titolo è stato corretto ma nell’articolo rimane traccia dell’affermazione, scorrette molto verso il basso, dopo una degna celebrazione del campione maschio, troverete citata anche lei, la Ledecky nata dalla costola di Phelps secondo i giornalisti del Daily Mail).

 

Anche Rainews però ha voluto dire la sua sulla vittoria della Ledecky. La nuotatrice appena diciottenne ha fatto una gara straordinaria e battuto il record mondiale e i giornalisti di Rainews sembrano essere colpiti dall’impresa, ma soprattutto stupiti dal fatto che sia stata compiuta da «una ragazzona che non brilla certo per grazia o bellezza». Che quella si sa nel nuoto è fondamentale.

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Più sei figa più hai la possibilità che le acque della piscina olimpionica facciano come quelle del Mar Rosso al passaggio di Mosè.

In realtà Ledecky non è solo una nuotatrice eccezionale, ma in passate occasioni dove le è capitato di essere discriminata per il semplice fatto di essere una donna ha dato una risposta, la risposta, che vale un po’ per tutti questi episodi. Intervistata da un giornalista ad aprile era stata apostrofata, per il fatto di nuotare così velocemente, come una che «spacca in due gli uomini». Ledecky non ha battuto ciglio e in una successiva intervista rilasciata questa volta al New York Times ha semplicemente spiegato di non essersi lasciata coinvolgere perché: «probabilmente ero solo concentrata nel fare il mio lavoro al meglio». Chapeau Katie.

Se pensate che questi siano solo dei casi isolati a smentirvi arriva un recente studio della Cambridge University Press che ha analizzato il modo in cui tendiamo a parlare degli uomini e delle donne che praticano sport. Mentre gli atleti maschi sono generalmente descritti come forti, grandi, i migliori o i più veloci, le donne nel mondo dello sport vengono invece definite come: ormai vecchie, incinta o sposate. E non finisce qui, da un’analisi condotta su oltre 160 milioni di parole provenienti da blog, articoli di giornale, tweet, e paper accademici, risulta che gli atleti uomini vengano menzionati in media il triplo delle volte rispetto alle colleghe donne. Soprattutto quando vengono menzionate lo sono per la loro età o per il loro aspetto fisico.

Il mondo dello sport si rivela in sostanza un perfetto specchio delle diseguaglianze di genere che ancora permangono nella società. Più difficile invece è capire se il linguaggio che le persone comuni usano per parlare delle donne sia il riflesso di quello letto sui media oppure se siano i giornalisti a puntare su un certo tipo di linguaggio proprio perché diffuso fra il pubblico. Rio 2016 riesce però a fornirci spunti anche su questo: atleta o giornalista se sei una donna, con il sessismo ci devi fare i conti. Come nel caso della giornalista sportiva della Bbc Helen Skelton redarguita sui social dal pubblico perché a bordo piscina e con i 30 gradi di Rio commentava le gare di nuoto con un vestito troppo corto.

Una foto pubblicata da Helen Skelton (@helenskelton) in data:

 

Per onore di cronaca: esistono anche donne che pensano di risolvere il problema, utilizzando lo stesso atteggiamento maschile. Ecco a voi i peni che meritano l’oro, sì il sottotitolo dell’articolo è proprio questo.

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