Lo hanno fatto partire per Rio, dove il Tribunale arbitrale sportivo di Losanna si è trasferito armi e bagagli e ora dovrà emettere il verdetto sulla sua positività al testosterone. Dunque Alex Schwazer è li che attende quel verdetto come un condannato a morte attende l’esecuzione, in pubblica piazza olimpica.

Un’accusa di positività che il marciatore già squalificato per doping nel 2012 respinge nettamente assieme al suo allenatore, Sandro Donati. Sono tante le ragioni per cui la vicenda del nuovo caso doping di Schwazer non quadra, molte di natura tecnica e molte altre di natura politica, addirittura geopolitica si potrebbe dire: Left ha provato a riassumerle un un recente servizio di copertina sui “Giochi sporchi”.

Ma c’è una ragione di fondo per cui non possiamo non stare dalla parte di Schwazer e Donati e ha molto a che fare con l’abbrutimento di questi tempi, con la riduzione di alcuni principi etici e costituzionali a corollari di cui si ci si può dimenticare davanti all’esigenza di “sicurezza”, al nostro perbenismo per cui chi ha sbagliato sbaglierà ancora, chi delinque è condannato non soltanto alla giusta pena ma ad essere per sempre delinquente.

Vogliamo certezze che ci rassicurino, quindi con Schwazer come col presunto terrorista e col ladro di galline la ricetta è la stessa: buttiamo la chiave. Lo vediamo nella nostra piccola Italia come nei fischi del pubblico di Rio e nelle parole d’odio che campioni indiscussi come Phelps rivolgono a Yulia Efimova, nuotatrice russa riammessa in extremis ai Giochi olimpici dopo un ricorso al Tas.

Yulia come Alex non possono e non devono avere una seconda possibilità. Game over: il loro primo errore non dà loro seconde possibilità. Meglio prevenire i rischi di “recidiva” (ma si prevengono davvero?) espellendo per sempre chi sbaglia al primo colpo che trovarsi ad affrontare un’eventuale ricaduta. Eppure, quanti di noi, viene da chiedersi, guardando al loro passato si accorgono di dover rendere grazie alla seconda possibilità che gli è stata concessa.

Ma ancora una volta la nostra memoria – collettiva e individuale – corta e sempre più “delegata a supporti esterni” ci tradisce. Poi ci chiediamo perché siamo così tiepidi con Erdogan che soffia sulla propaganda rimettendo sul piatto la pena di morte. O perché da noi i Salvini di turno riscuotano tanto successo. Abbiamo barattato la giustizia con il giustizialismo. E alla lunga le pene che oggi vogliamo far scontare ad altri saremo noi a pagarle. Care.

Leggi il servizio di copertina su Left del 30 luglio

 

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